Pace? Voglio credereci

Allora, siccome ho altro da fare e non ho molto tempo per aspettare risposte, ho deciso di provvedere tagliando la testa al toro, rispettando l’impegno che mi sono preso pubblicamente, confidando nella reciprocità.
Voglio che questo segnala giunga forte e chiaro a chi di dovere.
Ora possiamo fare in modo che la pace sia duratura?
Se ci fossero dei problemi, sai dove trovarmi, così ci spieghiamo prima di rimetterci a litigare.
Un saluto.

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Dediche dal passato

Ieri ho ritrovato questa

(su questo)

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neXt > Cosa ci insegna la storia delle foto rubate ai vip

Lunedì 1° settembre è partito neXt quotidiano, ma ne ho già parlato.
Il giorno dopo ho scritto il mio primo, piccolo contributo, credendo in un prodotto nuovo, non tenuto all’obbedienza verso i grandi gruppi editoriali.
E’ una scommessa anche per me.
Ecco il mio primo contributo, telegrafico.

(da neXt quotidiano del 2 settembre 2014)

Doveva accadere, prima o poi. Qualcuno sospetta si tratti di una trovata pubblicitaria o che le cose non siano andate esattamente come riferito in prima battuta. Sta di fatto che il problema c’è, eccome: ed ha le sue belle implicazioni giuridiche. Parlo del “Celebgate”: centinaia di account riconducibili ad altrettante VIP violati e saccheggiati, con conseguente diffusione di migliaia di immagini (fotografie e video) intime.

Ma cos’è il “cloud”? Pochi lo sanno, eppure lo abbiamo tutti sul nostro smartphone, sul nostro computer. Cloud significa nuvola e il “cloud” è, appunto, un sistema composto da nuvole-spazi Web nei quali vengono caricati e decentrati tutti i nostri dati affinché li possiamo raggiungere da qualsiasi dispositivo. La posta elettronica, in certe sue specifiche configurazioni, ne è il primo esempio, non è difficile capirlo. Il problema è che ben pochi sanno di mettere in cloud i propri dati perché i nostri sistemi sono spesso impostati per farlo di “default” e senza che l’utente ne sia consapevole. Spesso, peraltro, è possibile evitare tali funzionalità soltanto andando a scavare nei meandri del sistema.

Ma, a ben vedere, indipendentemente dai precisi contorni della vicenda che rimane un po’ fumosa ed ambigua, lo “scandalo” sta avendo due effetti positivi. I produttori di software (delle app per smartphone, in primis) si troveranno costretti a rivedere i propri prodotti, rendendoli più sicuri, in un certo qual modo più “etici”. Gli utenti, invece, da oggi saranno più consapevoli e non esiste alcuna politica di sicurezza senza, appunto, consapevolezza. Brutto da dirsi, ma la tecnologia non è per tutti.

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Giorgio Rognetta ci ha lasciati

Giorgio Rognetta, Pisa anno 2000

Pisa, 2000, convegno CGT (grazie a Fabrizio Sigillò)

La notte tra venerdi’ e sabato e’ morto Giorgio Rognetta, avvocato reggino, studioso, docente ed esperto di diritto dell’informatica ed informatica giuridica. Classe ’64, come me.

No, questo non e’ un epitaffio. Preferisco vederlo come un onesto amarcord.

Ho conosciuto, telematicamente, Giorgio circa vent’anni fa. Si’, perche’ gia’ nei primi anni ’90 ci si poteva conoscere soltanto telematicamente, non di persona. Sembrano interazioni dell’ultima ora, dei social, invece era gia’ così tanto tempo addietro, vent’anni dell’era internettiana. Avevamo legato subito. Vuoi, forse, in quanto coetanei.

Eravamo insieme dentro le mailing list di Tiziano Solignani, eravamo gli *juriani*. Il *salotto* era quella più divertente perche’ si parlava di diritto e tecnologia in modo sempre molto rilassato e informale.

1997, se non ricordo male. Per una serie di motivi (tra cui la balzana decisione di un giudice felsineo), Jura si trovava costretta a chiudere o, quanto meno, a ridimensionarsi, parecchio.

Cosi’, nel 1998 nasceva il Circolo dei Giuristi Telematici, su iniziativa di Francesco Brugaletta, Luca Ramacci e proprio Giorgio Rognetta. Nomi che non hanno bisogno di presentazioni.

Con Giorgio ci siamo conosciuti personalmente qualche anno dopo, nel 1999, a Pontremoli, ad un convegno dove lui era relatore.

Poi, nel 2000. Il primo convegno del Circolo: indimenticabile (cosi’ come il conto del ristorante indicatoci da un innominabile circolista – e i circolisti piu’ anziani sanno di cosa parlo…).

E, ancora, tante altre cose che neppure ricordo.

Credo di averlo incontrato l’ultima volta ad Otranto, nel 2004, ad un convegno organizzato anche dal Circolo.

Che dire di Giorgio? Che era uno “avanti”, senza dubbio. Oltre al Circolo, aveva fondato Zaleuco, uno dei primi siti giuridici italiani. Era un grande esperto di firma digitale, documento informatico e processo telematico. Ho ancora il suo testo del 1999. Ma aveva i suoi numeri anche in penale. E’ stato uno dei primi iscritti alla lista di Penale.it.

Si occupava molto anche di diritto e disabilita’, promuovendo, tra gli altri eventi simili, il relativo convegno del Circolo. Era il 2005.

Leggendo il suo sito, mi sono accorto che ha fatto e scritto ben piu’ di quanto sapessi. C’e’ appuntato tutto su quelle pagine e non sono poche.

Meta’ anni 2000. Poi e’ cambiato molto, anche a livello di rapporti personali. Abbiamo preso le nostre strade, talvolta opposte, e molti di noi si sono persi, complice, anche, qualche malinteso che, ora, rimastico con un amaro retrogusto.

Giorgio era piuttosto schivo, sicuramente un vero animo modesto, sempre un *signore*.

Con lui se ne va una parte di noi.

Una preghiera.

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neXt quotidiano

1° settembre 201, nasce neXt quotidiano, la nuova creatura di Alessandro D’Amato & C. con la quale ho un accordo di collaborazione.
QUI qualche info in più.
In un momento difficile non soltanto per l’editoria cartacea, ma anche per quella elettronica (ricordo i drammatici numeri dei pure playsers), l’approccio “work in progress” mi sembra quello più onesto e – paradossalmente – lungimirante.
In bocca al lupo a tutti.

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Playstation vs. Twitter

Alessio Cerci sul Corriere (dove, a giudicare dal titolo, gli credono ciecamente)

«Stavo giocando alla Playstation, qualcuno è entrato su Twitter e ha scritto una cosa falsa. Ho ricevuto tantissime chiamate, tantissimi messaggi, mi ha chiamato anche l’addetto stampa del Torino ma io sono letteralmente cascato dalle nuvole. Comunque provvederà, vediamo chi è entrato nel mio profilo. La password ce l’ho solo io, non capisco come sia potuto accadere. Non esiste al mondo una cosa del genere, di mercato si può parlare ma io non l’ho scritta e non l’ho neanche cancellata. Andrò per vie legali».

No words…

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Veri e falsi segreti

Ieri, su Repubblica, è uscito un articolo assai allarmistico sulla sicurezza delle nostre trasmissioni telematiche e telefoniche (queste ultime, ove instradate – come è oramai usuale – via IP).
L’allarme sarebbe contenuto in un dossier “segreto” del Garante per le tutela dei dati personali inviato al governo.
Il punto sarebbe la vulnerabilità degli Internet eXcenge Point (IXP), in poche parole gli “snodi”, gli “svincoli” delle comunicazioni telematiche.
Stamattina, purtroppo non ricorso su quale emittente radiofonica, ho sentito la voce di Andrea Monti, col quale mi trovo spesso d’accordo.
In estrema sintesi:
- il dossier è tanto “segreto” che lo sanno anche quelli di Repubblica (e, soprattutto, esiste veramente?;
- gli IXP risultano ben protetti, ma il problema è la “chiusura”, la “segretezza” dell’hardware (specie nella sua componente firmware) perché così non possono essere rilevate eventuali “porte” di accesso non documentate e predisposte dal produttore hardware a fini indefiniti.
In buona sostanza Andrea ci vuole dire che non esiste alcun sistema sicuro se non è totalmente conosciuto o conoscibile. E l’”open” rappresenta l’unica via.
Difficile non essere d’accordo.

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Fuga dall’oblio

Leggo sul Corriere che in America starebbero per lanciare Hidden from Google, “sito che raccoglie e ordina i risultati rimossi sul motore di ricerca”.
Della fragilità del sistema approntato da Google ne eravamo consapevoli tutti. Perché se è vero che, oramai, anche grazie a Chrome per molti utenti di bassa capacità Google è diventato “Internet”, è anche vero che, dietro, tutto rimane al suo posto (se non rimuovi).
Un po’ come il sequestro dei siti per inibizione dell’IP.
La cosa che mi fa specie, però, è che, ancora una volta, sembra tutta colpa di Google che passa come censore perché mette a disposizione degli utenti un sistema per richiedere la rimozione dai risultati (che, tra l’altro, non è accolta automaticamente).
Immeritatamente, perché se non lo fa la paga cara. La Corte UE ha mandato proprio questo segnale, non dimentichiamolo.
L’Unione sembra diventata un postaccio dove vigono regole assurde che si preferisce non rispettare. Google aveva provato a sfuggire protestandosi assolutamente ed esclusivamente yankee, ma gli è andata male.
Quelli di Hidden from Google sono fortunati ad esserne veramente fuori.

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L’album dei fake Panini

L’altro giorno ho riferito della sentenza di Cassazione che ha punito, ai sensi dell’art. 494 c.p. (sostituzione di persona) l’autore di un falso (“fake”) profilo su Badoo.
Si tratta, purtroppo, di casi tutt’altro che rari e, comunque, diffusi su tutti i social network.
Anche di recente, in un tribunale romagnolo, ho avuto modo di trattarne uno, per la verità con un’imputazione più ampia (giustamente) della semplice sostituzione di persona. E’ andata bene, la Polizia postale ha fatto un attimo lavoro ed abbiamo ottenuto un buon risarcimento.
Ma vediamo cosa dice la legge.
L’art. 494 c.p. recita: “Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino ad un anno”.
Si comprende che la disposizione prevede una serie relativamente complessa di ipotesi oltre la vera e propria sostituzione, ma vorrei focalizzarmi sul dolo (specifico) cioè procurare a sé o ad altri un vantaggio ovvero, alternativamente, recare ad altri un danno.
E, in effetti, la casistica ci parla di persone che falsificano gli account, ad esempio, per sembrare più attraenti (spesso utilizzando la fotografia di una persona di bell’aspetto) nei social network principalmente orientati al dating (e Badoo è uno di questi) oppure per denigrare una persona (utilizzando l’immagine, ma associando comportamenti non edificanti – come nel caso della sentenza della Suprema Corte).
Poi, c’è la categoria dei buontemponi che, però, rischiano di diventare stalker…
Stamattina, un amico di Facebook ha segnalato l’ennesimo suo fake. Se non ricordo male, è il terzo in pochi mesi.
Al di là del fatto in sé, ha ricordato che, in Francia, esiste un sito dedicato (tra le altre “truffe”) proprio ai fake che ha il preciso scopo di aiutare gli “usurpati” della propria identità.
E’ un’iniziativa che in Francia ha almeno un sito omologo, in Italia non so (ma se voleste segnalare…).
Pubblica un vero e proprio album degli usurpati, ma, francamente, la cosa mi lascia un po’ perplesso.

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Se il fake è punibile

Tempi duri per i fake sui social.
Utilizzare l’immagine altrui (e non anche il nome) per come immagine del profilo (nella fattispecie di Badoo) costituisce il reato di sostituzione di persona, previsto e punito dall’art. 494 c.p.
Lo ha stabilito la Cassazione con una recente sentenza che non lascia spazio ad interpretazioni diverse.
QUI, su Penale.it.
P.S:: Secondo me ci stava almeno altri due reati…

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