NextQuotidiano > In che senso la diffamazione su Facebook è “a mezzo stampa”

(pubblicato su NeXtQuotidiano del 10 giugno 2015)

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: Internet non è stampa e neppure Facebook lo è.

La recente sentenza della Cassazione, che molti hanno commentato malamente, sembrerebbe per fare il titolone, in realtà dice cose diverse.

Di certo, chi crede che i social network garantissero l’impunità per contenuti diffamatori si sbaglia di grosso. E dovrebbe essere diversamente?

 La Suprema Corte dice soltanto, come già fatto altre volte, che Facebook (anche se non precisa meglio) è un “mezzo di pubblicità” perché ha potenzialità diffusive elevate e, pertanto, una diffamazione per esso veicolata merita una sanzione più elevata rispetto ad un altro contesto (es.: una riunione condominiale) e al pari della stampa.

Tutto qui, si può essere d’accordo oppure no, ma la Cassazione non ha detto che Internet è stampa, proprio no.

Del resto, se i tanti articoli avessero linkato la pronuncia, non ci sarebbe stato bisogno di spiegare.

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Agendadigitale.eu > Sulla “Cookie Law”

(da Agendadigitale.eu dell’8 giugno 2015)
Ho scritto una cosa per Agendadigitale.eu, sui cookie, visto che se ne parla molto insistentemente.
Un primo abbozzo di idee, con la consapevolezza di non poter toccare tutti i punti nevralgici.
La mia prima impressione è stata che molti dei critici in realtà non hanno letto la “Cookie Law”, preferendo arrovellarsi su questioni tecniche francamente ultronee nel più classico degli italici atteggiamenti: quello del lamento.
In realtà, pur con certi chiarimenti del Garante che hanno reso le cose un po’ fumose, la “Cookie Law” è molto più semplice di quanto si creda.
Stiano tranquilli i blogger se la loro attività è per fini personali (il Codice della privacy stesso ci dice che non è applicabile se il trattamento è fatto a fini personali). Chi, invece, effettua un trattamento per fini imprenditoriali si adegui, magari affidandosi ad un consulente che abbia fondate cognizione giuridiche in materia.
Ecco il pezzo, originariamente QUI. Dando per scontato che i lettori di questo blog sappiano di cosa stiamo parlando.

Tutti contro la “Cookie Law”. Fioccano articoli (ovviamente critici) e, addirittura, petizioni online perché venga meno l’obbligo di dare informativa per l’uso dei cookie ed inserire il relativo banner.

Ed è un moltiplicarsi di sedicente perseguitati, prevalentemente tra le fila dei blogger (o quelli che sono sopravvissuti ai social network).

In realtà, si scopre che non è tutto così nero come sembra, sebbene la materia sia in parte ostica (ma proprio per questo occorrerebbe lasciarla a chi se ne intende) e lo spauracchio delle sanzioni colpisca non poco.

Diciamo, anzitutto, che la “Cookie Law” non è un’invenzione del Garante italiano. Dietro ci sono fonti europee (una direttiva specifica) e italiane (un paio di decreti).

Dunque, il nostro Garante non ha potuto che adattarsi con un provvedimento (ed altri documenti) tutto sommato abbastanza ampio e chiaro, dando un congruo preavviso per gli adeguamenti (ben un anno), malgrado si intravvedano, all’orizzonte, ulteriori chiarimenti ufficiali (che, al momento, lasciano ragionevolmente pensare che non ci saranno immediati controlli e sanzioni).

Ma scendiamo nei particolari.

I cookie sono piccoli file che, all’atto della visita di un sito, si installano, eventualmente, nel dispositivo (quindi, anche sullo smartphone) del visitatore.

Servono per tante finalità e si distinguono in due grandi categorie: tecnici e di profilazione. Poi, capiremo la differenza, ma sin d’ora va detto che quelli di profilazione possono farsi molti (anzi troppi) affari nostri, donde la necessità di una certa disciplina a tutela dei dati personali (o privacy, se vogliamo usare questo termine).

Per proteggere chi, in un certo qual modo, può essere tenuto “sotto osservazione”, si è deciso, con la “Cookie Law” (locuzione oramai usata per comprendere tutte le norme sull’argomento), di imporre determinate formalità. Si valuti, almeno, questa tutela prima di scandalizzarsi.

Approfondendo, si parla della eventualità di dover inserire, sui siti Internet, un banner e/o un’informativa. Ma, in realtà, l’obbligo non vale per tutte le realtà del Web. Stiano tranquilli i più ansiosi.

E’ ovvio, anzitutto, che se il sito non utilizza cookie non si deve fare alcun adeguamento.

Tuttavia se i cookie ci sono un’informativa va sempre data; anche se essi sono utilizzati per mere questioni tecniche (es.: per il login automatico, per tenere traccia del carrello, ecc.). Ma qui credo sia inevitabile affidarsi a chi conosce la materia.

Ma c’è qualcosa che sembra spaventare di più, perché comporta adempimenti tecnici non alla portata di tutti. Insomma, non basta il copia e incolla dell’informativa (pratica che, personalmente, sconsiglio comunque perché le sanzioni ci sono e sbagliare è un attimo).

Si tratta del famigerato banner che, proprio nei giorni a ridosso dell’entrata in vigore della nuova disciplina, è comparso su tanti siti.

Piccola parentesi: a cosa serve il banner? Per far dare il consenso al visitatore informandolo contestualmente del trattamento. Quindi, deve possedere dei precisi caratteri formali, non si può navigare a vista sperando nella buona sorte di azzeccarci.

Siccome sopra abbiamo visto che esistono differenti tipi di cookie, riassumibili in due macro-categorie (tecnici e di profilazione), il banner va inserito sempre o soltanto in presenza di alcuni specifici? Fortunatamente, il banner per il consenso informato è necessario esclusivamente quando si fa profilazione, cioè quando si “studia” il comportamento del navigatore, tipicamente per propinargli qualcosa. Ed è il caso, classico, della pubblicità.

Sotto una diversa prospettiva, nasce l’interrogativo su chi debba provvedere agli adempimenti qualora titolare del sito e “profilatore” (chi fornisce la pubblicità, cioè la “terza parte”) non siano la stessa persona.

Certamente, nell’informativa occorre dichiarare che ci sono terzi che forniscono i cookie, ma il punto è se il titolare del sito (non fornitore di cookie) sia in prima persona tenuto ad ottenere il consenso mediante l’inserimento del banner già visto.

Al momento, questo sembra essere uno dei punti più controversi, almeno in attesa di quanto già accennato, ciò è dei probabili chiarimenti del Garante.

Certo è che – come consiglio finale – se uno vuole essere tranquillo, non sbaglia di certo ad inserire banner ed informative complete, ovviamente fatte come si deve.

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Son tutti sceriffi con il Far West degli altri

“Dobbiamo evitare di cadere in un nuovo Far West. Servono regole anche per Internet”.

La citazione appartiene a Giovanni Pitruzzella, presidente AGCOM. L’ho tratta da un articolo-intervista di Daniele Manca pubblicata, ieri, sul Corriere online.

Ed è un’affermazione nota, che ritorna sovente, dunque, tutto sommato, ben poco originale.

Tuttavia, ogni volta che la sento o la leggo io mi allarmo puntualmente perché la premessa “Far West” accostata alla (ritenuta) necessità di “regole per Internet” è il peggiore degli approcci. Lo sostengono in molti, non sono certo il primo né l’unico.

Internet non è il “Far West” semplicemente perché Internet non è un “luogo”, ma è soltanto un “mezzo”. E credo che una personalità così apicale dovrebbe saperlo. Temo, però, che prevalgano ignoranza e pregiudizio, come al solito.

Donde, il riferimento a “regole per Internet”, oltre a fare un po’ paura a chi ha a cuore le libertà, è improprio, giusta l’erroneità della premessa.

Ma c’è un altro passaggio, specifico, molto interessante: a proposito di informazione.

“Appropriandosi dei contenuti che vengono offerti gratuitamente ai cittadini, si fa passare il concetto che quei contenuti non siano stati prodotti con dei costi. Ci si abitua a considerare l’informazione attendibile qualcosa di gratuito. Questo significa mettere fuori mercato gli editori, vale per la carta stampata come per la tv. A lungo andare, come faranno a sopravvivere senza poter sostenere i costi?”

Anche in questo caso, Internet c’entra realmente poco, forse niente.

Lo “sciacallaggio” dei contenuti editoriali sulla Rete non è cosa nuova ed è, anzi, spesso praticata dalle grandi testate. Ce lo ricordava, proprio in questi ultimi giorni, Massimo Mantellini a commento di una nota Fieg.

Eppure, nessuno pensa che la colpa di questo sciacallaggio sia Internet e che per evitare il Far West ci vogliano nuove regole.

Ci sarà un perché.

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Die hard (ennesima *curiosità* sul Processo Civile Telematico, *PCT*)

Simone Aliprandi, complice Carlo Piana, ci riferisce che un avvocato che credo si possa tranquillamente – e senza alcuna offesa – definire *utonto* o *infoleso* (oltre che non adeguato all’evolversi della legge) può eludere le regole del Processo Civile Telematico perché… non è riuscito ad aprire un allegato *Acrobat” (meglio: .pdf).
Il punto è che trova sponda nella decisione di un giudice.
Anno 2015.

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Responsabilità dei magistrati

Dice che accompagnare la moglie presso un centro oncologico non è legittimo impedimento per il coniuge avvocato.
In un processo per guida senza patente, per giunta, manco fosse per un omicidio di mafia.
C’è voluta la Cassazione per raddrizzare l’insulto, per sanare una ferita quanto meno al buon senso.
Chi pagherà le spese per arrivare sino alla Suprema Corte?
Lo sappiamo già, non certo il magistrato.

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E il privacy officer?

Gli addetti ai lavori sanno che se ne parla da tempo, nell’àmbito della più vasta discussione, a livello comunitario, riguardante una proposta di regolamento sulla privacy.
Nel frattempo, qualcuno si è già organizzato, si è messo avanti col lavoro, si potrebbe dire “sulla fiducia”.
Ne scrivono Andrea Lisi, Graziano Garrisi ed Enrica Maio, QUI.

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Toghe creative

Il copia&incolla è una gran bella cosa, ma se un giudice copia e incolla le considerazioni dell’accusa senza aggiungere molto di suo, be’ per me è un po’ un dramma.

E, purtroppo, è un dramma non certo quotidiano, ma molto frequente e si manifesta, soprattutto, nel flusso che nasce dalla notizia di reato della polizia giudiziaria, prosegue nella richiesta di applicazione della misura cautelare a firma del pubblico ministero e sbocca nell’ordinanza con la quale il giudice accoglie la richiesta.

Ne ho già scritto, sin dal 2013, perché era uscita una sentenza della Cassazione che avallava tale pratica. Poi, ci sono stati altri accadimenti, l’ultimo mio post sull’argomento è del novembre dell’anno scorso.

Succede, però, che da domani tutto ciò non dovrebbe essere più possibile. Lo stabilisce la  legge 16 aprile 2015, n. 47 che, pur un po’ taciuta, impone al giudice della cautela di operare un’”autonoma valutazione” circa – senza voler abusare del legalese – i fondamenti della misura, pena l’annullamento da parte del tribunale per il riesame.

Quanto meno, il vocabolario dei giudicante si arricchirà di tanti sinonimi, uno scossone per certe intelligenze pigre che stanno nei tribunali.

 

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Diritto di like

Volevo parlarne la settimane scorsa, a notizia “fresca”. Poi, una serie di impegni professionali e personali me lo ha impedito.

Vedo, però, che non sono stato l’unico a notare la cosa. Massimo, per esempio.

Mi riferisco al caso Tortosa, il poliziotto che ha “difeso”, su Facebook, la sua azione alla Diaz. Più precisamente, parlo della vicenda di un suo collega (credo superiore) che ha messo un like al noto post del Tortosa e che, per tale fatto, è stato trasferito d’incarico.

La problematica, in realtà, non è nuova. Il funzionario di P.S. rischia la carriera, altri rischiano un procedimento penale per diffamazione.

E’ accaduto ancora l’anno scorso, per ricordare un caso di cui la cronaca ha trattato e che avevo commentato proprio all’indomani della notizia. A Parma un uomo è stato querelato per aver messo un like ad un commento diffamatario, rischiando, a sua volta, un’imputazione per diffamazione, peraltro aggravata.

Ora, personalmente non so come sia andata a finire, se il procedimento sia stato archiviato oppure abbia fatto o stia facendo il suo corso.

Ma il problema rimane e consiste nell’eventuale esistenza di un diritto a condividere, con un apprezzamento, l’idea altrui, ancorché illegale, dopo che essa è stata espressa.

Anche considerato che mettere un like non aggiunge alcunché alla carica lesiva del post/commento, sono fermamente convinto che questo diritto esista e discenda direttamente dall’art. 21 Cost.

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Autopromozione > Identità digitale e diritto penale

Il 27 sono a Milano per dire la mia ad un convegno su un bel po’ di cose. Io parlerò di identità digitale, penalisticamente, anche per fare il punto sul “furto d’identità”, una bruttissima espressione che, purtroppo, è entrata anche nel linguaggio del legislatore.
Il convegno è  organizzato da Data System Group.

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Bat-copia di Bat-cortesia

Cortesia

(learn more)
(autore ignoto, ma se volesse palesarsi)

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