Category Archives: Non notizie

La “Blue Whale Challenge” non esiste (l’ho già detto)

Accade, A.D. 2018, che, effettivamente, la “Blue Whale Challenge” arriva a piazza Cavour. La pessima figura de Le Iene credo sia nota a tutti, semmai rinfresco la memoria.
Bene, tornando alle aule di giustizia, tutto origina da Roma dove il Tribunale per il Riesame conferma il sequestro del cellulare di un tipo (preferirei non aggettivarlo) che inviava ad una ragazza messaggi ritenuti di istigazione al suicidio e di adescamento.
L’indagato impugna e la Suprema Corte risponde. Sebbene abbia escluso il primo reato, qui mi preme dire che, questioni giuridiche a parte (che non sono trascurabili, ma esulano del mio post) questa “Blue Whale Challange” è proprio diventata, anche qui da noi, una leggenda metropolitana, tanto da imbrogliare investigatori e giudici.
Mi è facile osservare che non c’è stato alcun tentativo di suicidio (fortunatamente), ma soltanto messaggi del tipo “manda audio in cui dici ke sei mia schiava e della vita non ti importa niente e me la consegni” (così riferisce la sentenza). Eppure…
Qui in calce la sentenza, così vi fate un’idea. Volevo pubblicarla su Penale.it, ma mi sembra decisamente fuorviante e il mio sito non fa sensazionalismo giudiziario.

(altro…)

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A volte ci sono già

Sono proprio giorni caldi, anche per il diritto. Proprio oggi, in Commissione, si sono discussi i vari (troppi) disegni di legge sulla diffamazione.
Tra proposte e relativi emendamenti, sta nascendo un mostro.
Leggo il resoconto di Repubblica. Mi preoccupa subito il tintinnare di manette, ma, poi, mi soffermo sugli emendamenti presentati da Mariastella Gelmini, riassunti in questa frase del giornale

Ci sono poi una serie di emendamenti a firma della vice presidente del Pdl, Mariastella Gelmini, che potrebbero essere ribattezzate anti-Facebook o anti-Twitter. Gelmini infatti pensa di cambiare l’articolo 594 del codice penale sull’ingiuria inserendo, tra i mezzi attraverso i quali il reato viene commesso anche “la comunicazione telematica”, quindi qualsiasi scritto on line. Nella proposta le pene sono aumentate “qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone”, caso tipico delle piazze virtuali dei social network.

Non capisco, qui qualcuno ha preso una cantonata colossale. Le proposte della Gelmini esistono realmente e sono di quel tenore, ma:
– le norme dell’ingiuria sono già pacificamente applicabili (e applicate) alla telematica, compresi i social, anche senza quella specificazione;
–  l’art. 594 c.p. prevede già l’aggravante della presenza di più persone; personalmente, però, non l’ho mai vista applicare in un contesto di social network, anche perché potrebbero sorgere non pochi problemi nel riconoscere una presenza “virtuale”, non fisica.

Ergo: non esiste alcun emendamento anti-Facebook o anti-Twitter se non, evidentemente, nella fervida fantasia di chi ha scritto l’articolo.

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Internet=stampa? Questa volta no

Alla fine si è dimostrata una notizia infondata, anzi una “non notizia”.
Con un po’ di presunzione, ricordo che l’avevo previsto, anche se a volte la realtà supera la fantasia.
La giovane che, mediante uno scritto su Facebook, aveva insultato il datore di lavoro non è stata condannata per diffamazione a mezzo stampa, ma le è stata semplicemente applicata l’aggravante del “mezzo di pubblicità” che è giuridicamente ritenuto analogo alla stampa vera e propria. Ed è tutto normale, non è certo la prima volta che succede.
La notizia, ora, è stata riportata nei termini corretti, ad esempio da La Nazione (ma mi risulta che dietro ci sia un’ANSA).

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La Rete che non c’entra

“Vietate le vendite piramidali online” e tanti titoli simili a questo, qualche giorno fa. Siccome, però, io sono come San Tommaso, sono andato a leggere la sentenza che un amico mi aveva mandato proprio quel giorno.
La Rete – tanto per cambiare – non c’entra molto, notoriamente è soltanto un mezzo.
Sicuramente, la legge è molto chiara (art. 5 l. 173/2005):

1. Sono vietate la promozione e la realizzazione di attività e di strutture di vendita nelle quali l’incentivo economico primario dei componenti la struttura si fonda sul mero reclutamento di nuovi soggetti piuttosto che sulla loro capacità di vendere o promuovere la vendita di beni o servizi determinati direttamente o attraverso altri componenti la struttura.
2. E’ vietata, altresì, la promozione o l’organizzazione di tutte quelle operazioni, quali giochi, piani di sviluppo, “catene di Sant’Antonio”, che configurano la possibilità di guadagno attraverso il puro e semplice reclutamento di altre persone e in cui il diritto a reclutare si trasferisce all’infinito previo il pagamento di un corrispettivo.


Come si può vedere, però, il divieto non vale soltanto per Internet, non c’è alcun doppio binario. E ci mancherebbe fosse previsto il contrario.

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Evasioni virtuali (sic)

Adesso si può evadere mediante Facebook. No, non è uno scherzo. A scriverlo è il titolista di Repubblica Palermo.
E, puntualmente, è una stupidaggine: per il diritto (art. 385 c.p.) e anche per la lingua italiana.
Non conosco il provvedimento cui fa riferimento l’articolo, ma è altamente probabile che il giudice abbia ritenuto le comunicazioni con terzi (mediante Facebook) incompatibili con il regime degli arresti domiciliari e che, dunque, li abbia sostituiti con la custodia cautelare.
Conclusione, invero, già tratta dalla Cassazione e, comunque, valida per le comunicazioni telematiche, non necessariamente per questo e quel social network.

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Palo Segreto

La notizia merita un post a parte. Nel post precedente, davo atto della smentita della Postale e dell’insistenza de L’Espresso anche circa il “segretissimissimo” incontro a Palo Alto tra i vertici di Facebook e la nostrana Polizia Postale. Sembra per penetrare arbitrariamente nei profili degli utenti.
Ebbene, grazie ad un lettore (peraltro attendibilissimo…), ho scoperto che il “segretissimissimo” meeting (ai limiti del complotto mondiale, ovvio) era stato reso pubblico (ops… sarà stato un hacker?) sin dal 7 ottobren 2010. Da chi? Dalla Polizia.
Buon giornalismo d’inchiesta.

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Spioni sociali? – Updated

La notizia.
La smentita.
Potrei fermarmi qui anche ricordando che il mondo è pieno di allarmisti, ma vale la pena di fare qualche approfondimento.
Cominciamo col dire che la “notizia” è che la nostra Polizia Postale avrebbe stretto con Facebook un patto segreto per spiare tutti gli utenti del social network più popolare: “Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell’ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani “.
Il patto è tanto segreto che i segugi de L’Espresso l’hanno scoperto subito, nei minimi dettagli.
Se, poi, anche l’indignato Alessandro Gilioli conferma il tutto “sulla fiducia”, allora la notizia è vera, al di là di ogni ragionevole dubbio. Sì, perché come dice Gilioli, le fonti del suo collega sono “certe e affidabili“. Mi piacerebbe conoscere le fonti. La Polizia stessa citata nel primo articolo? Mah…
Tutto può essere, ovvio, ma fermiamoci, almeno in prima battuta, al verosimile. Altrimenti, rischiamo di produrre bufale.
Se fosse vero quanto raccontato da L’Espresso, ci troveremmo di fronte a gravissime violazioni di certa rilevanza penale. E tutta questa mega porcheria uscirebbe fuori così, subito dopo e con inusuale “naturalezza”?
Quelli di Facebook non sono dei cretini. Anzitutto, non ucciderebbero così il proprio business “vendendo” i propri utenti.
Per giunta, non vedo cosa abbiano da temere tanto da scendere a pesanti patti, senza essere accusati di alcunché, con una polizia straniera.
E, in effetti, alla fine i vertici della Polizia Postale la spiegano molto diversa, smentendo la notizia. Tendo a credere a quest’ultima versione, quella di una semplice collaborazione, quanto meno per verosimiglianza.
Così, anche L’Espresso pubblica la smentita dalla Polizia, ma insiste sulla veridicità della notizia. Misteriosamente, però, scompare ogni riferimento a quella “arbitraria” intrusione nei singoli profili, mentre si parla di “osservazioni”, cosa ben diversa.
E, d’altro canto, l’esistenza di infiltrati in ambienti potenzialmente criminali, non è certo da considerarsi “indagine illegale”.
Insomma, la risposta de L’Espresso appare parecchio elusiva del nocciolo della questione, cioè la reale messa in pericolo delle libertà dei singoli pur di fronte ad esigenze investigative.

Aggiornamento di poco dopo: leggo che anche il senatore PD Vincenzo Maria Vita ha commentato la cosa. Preferirei omettere giudizi sulla “frettolosità” dell’intervista e l’occasione tutta politica, per nulla tecnica. Osservo, comunque, che anche il parlamentare si rende conto che Facebook avrebbe fatto un clamoroso autogoal, ma non ne trae le dovute conseguenze in punto verosimiglianza della notizia.
Conclusione: un altro che parla di Internet con intenti politici, ma senza conoscere molto l’argomento.

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Puntualmente… – UPDATED

Puntualmente, la stampa riprende le bufale che circolano in Rete e non fa alcuna operazione di verifica (eppure, basterebbe veramente poco).
Ne parlavo nel post immediatamente precedente. L'”emendamento D’Alia” non esiste più, Berlusconi non c’entra (anzi, è stato proprio un Deputato Pdl – Roberto Cassinelli – ad affondarlo), ma temo che questa catena di Sant’Antonio ci tormenterà ancora a lungo.

Aggiornamento della sera: Mi accorgo, con ritardo (di cui mi scuso) che Vittorio Zambardino aveva già parlato della cosa. QUI. E ne riparla oggi, QUI.
Gianni, nei commenti, ci dice, invece, che la pagina  della stessa Repubblica non c’è piu’. O, meglio, non c’è più il testo nel senso che il link non dà errore, ma porta ad una pagina sostanzialmente vuota. Pare che la cache di Google non funzioni. Confidiamo nella nostra memoria…

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Berlusconi dice… nulla

Per carità: il balzo l’ho fatto anch’io. Ero a pranzo e, in attesa di essere servito, stavo guardando Repubblica online. Il titolo mi ha colpito subito, l’articolo è questo.
Berlusconi vorrebbe regolare Internet. Una notizia sconvolgente. Dopo l’iniziale sgomento, però, ho provato a riflettere e mi è venuto qualche dubbio. Senza voler fare quello che è più furbo degli altri, ho subito notato che la dichiarazione di intenti era piuttosto vaga (almeno nella versione di Repubblica, come vedremo).
Ci ho riflettuto un po’ meglio e i dubbi si sono moltiplicati. Cerca che ti ricerca, ho trovato anche la versione del Corriere. E c’è un passaggio importante, del tutto omesso da Repubblica: “Il G8 ha già come compito la regolazione dei mercati finanziari in tutte le nazioni; ho visto che per quanto riguarda internet manca una regolamentazione comune”. Non è cosa da poco.
Già doveva venire il dubbio considerato il contesto G8, che è un “forum” che tratta questioni economico-finanziarie. Difficile, dunque, pensare a censure.
Leggendo quanto scritto dal Corriere (e – ripeto – omesso da Repubblica) tutto torna. La censura non c’entra nulla. La preoccupazione di Berlusconi è soltanto quella di scrivere regole che favoriscano l’integrazione di mercato e/o finanza internazionali. Difficile, se non impossibile, che abbia una ricaduta sulle libertà individuali.

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Il Times, l’El Salvador e la pena di morte – UPDATED

Il Times, con la sua classifica agostana delle leggi strane e/o stupide (se ne parla piu’ diffusamente nel post precedente), ha quasi scatenato un incidente diplomatico.
Sotto accusa la legge classificata undicesima:
"In San Salvador, drunk drivers can be punished by death before a firing squad".[[SPEZZA]]
A parte che San Salvador non e’ uno stato bensi’ la capitale dell’El Salvador (piccola repubblica dell’America centrale), leggendo i commenti all’articolo della testata inglese, si scopre che non sarebbe vero. E qualcuno si e’ anche offeso, pretendendo scuse. Del resto, se dicessero una cosa del genere sull’Italia io, personalmente, non gradire. Sono fiero che il mio Paese sia in prima linea su questo abolizionismo.
Io non sono un esperto di diritto dell’El Salvador, ma penso che Amnesty International sia una fonte attendibile. Leggendo le pagine italiane (aggiornate al tutto il 2006) si apprende che da quelle parti la pena di morte sarebbe, in effetti, mantenuta, ma esclusivamente in casi eccezionali (e.g. reati commessi in tempo di guerra). Per guida in stato di ebbrezza, proprio no…
Ancora complimenti vivissimi al Times sia per la qualita’ dell’informazione che per il c&p acritico (comunque non dichiarato) dai siti di dumb laws.

Update 19 agosto 2007, ore 20.30: Oddio… Pure il TG5 e chissa’ quanti altri tg… Fermateli!!!

Update del 20 agosto 2007, ore 17.03: Stranissima coincidenza. Chit, il giorno prima del Times, aveva scritto qualcosa del genere, citando, correttamente, una fonte (Nemesi.it).

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