Adesso si può evadere mediante Facebook. No, non è uno scherzo. A scriverlo è il titolista di Repubblica Palermo.
E, puntualmente, è una stupidaggine: per il diritto (art. 385 c.p.) e anche per la lingua italiana.
Non conosco il provvedimento cui fa riferimento l’articolo, ma è altamente probabile che il giudice abbia ritenuto le comunicazioni con terzi (mediante Facebook) incompatibili con il regime degli arresti domiciliari e che, dunque, li abbia sostituiti con la custodia cautelare.
Conclusione, invero, già tratta dalla Cassazione e, comunque, valida per le comunicazioni telematiche, non necessariamente per questo e quel social network.
Tags: arresti domiciliari, facebook
La notizia merita un post a parte. Nel post precedente, davo atto della smentita della Postale e dell’insistenza de L’Espresso anche circa il “segretissimissimo” incontro a Palo Alto tra i vertici di Facebook e la nostrana Polizia Postale. Sembra per penetrare arbitrariamente nei profili degli utenti.
Ebbene, grazie ad un lettore (peraltro attendibilissimo…), ho scoperto che il “segretissimissimo” meeting (ai limiti del complotto mondiale, ovvio) era stato reso pubblico (ops… sarà stato un hacker?) sin dal 7 ottobren 2010. Da chi? Dalla Polizia.
Buon giornalismo d’inchiesta.
Tags: alessandro gilioli, facebook, giorgio florian, vincenzo maria vita
La notizia.
La smentita.
Potrei fermarmi qui anche ricordando che il mondo è pieno di allarmisti, ma vale la pena di fare qualche approfondimento.
Cominciamo col dire che la “notizia” è che la nostra Polizia Postale avrebbe stretto con Facebook un patto segreto per spiare tutti gli utenti del social network più popolare: “Un patto segreto con il social network. Che consente alle forze dell’ordine di entrare arbitrariamente e senza mandato della magistratura in tutti i profili degli utenti italiani “.
Il patto è tanto segreto che i segugi de L’Espresso l’hanno scoperto subito, nei minimi dettagli.
Se, poi, anche l’indignato Alessandro Gilioli conferma il tutto “sulla fiducia”, allora la notizia è vera, al di là di ogni ragionevole dubbio. Sì, perché come dice Gilioli, le fonti del suo collega sono “certe e affidabili“. Mi piacerebbe conoscere le fonti. La Polizia stessa citata nel primo articolo? Mah…
Tutto può essere, ovvio, ma fermiamoci, almeno in prima battuta, al verosimile. Altrimenti, rischiamo di produrre bufale.
Se fosse vero quanto raccontato da L’Espresso, ci troveremmo di fronte a gravissime violazioni di certa rilevanza penale. E tutta questa mega porcheria uscirebbe fuori così, subito dopo e con inusuale “naturalezza”?
Quelli di Facebook non sono dei cretini. Anzitutto, non ucciderebbero così il proprio business “vendendo” i propri utenti.
Per giunta, non vedo cosa abbiano da temere tanto da scendere a pesanti patti, senza essere accusati di alcunché, con una polizia straniera.
E, in effetti, alla fine i vertici della Polizia Postale la spiegano molto diversa, smentendo la notizia. Tendo a credere a quest’ultima versione, quella di una semplice collaborazione, quanto meno per verosimiglianza.
Così, anche L’Espresso pubblica la smentita dalla Polizia, ma insiste sulla veridicità della notizia. Misteriosamente, però, scompare ogni riferimento a quella “arbitraria” intrusione nei singoli profili, mentre si parla di “osservazioni”, cosa ben diversa.
E, d’altro canto, l’esistenza di infiltrati in ambienti potenzialmente criminali, non è certo da considerarsi “indagine illegale”.
Insomma, la risposta de L’Espresso appare parecchio elusiva del nocciolo della questione, cioè la reale messa in pericolo delle libertà dei singoli pur di fronte ad esigenze investigative.
Aggiornamento di poco dopo: leggo che anche il senatore PD Vincenzo Maria Vita ha commentato la cosa. Preferirei omettere giudizi sulla “frettolosità” dell’intervista e l’occasione tutta politica, per nulla tecnica. Osservo, comunque, che anche il parlamentare si rende conto che Facebook avrebbe fatto un clamoroso autogoal, ma non ne trae le dovute conseguenze in punto verosimiglianza della notizia.
Conclusione: un altro che parla di Internet con intenti politici, ma senza conoscere molto l’argomento.
Tags: facebook, polizia postale
Puntualmente, la stampa riprende le bufale che circolano in Rete e non fa alcuna operazione di verifica (eppure, basterebbe veramente poco).
Ne parlavo nel post immediatamente precedente. L’”emendamento D’Alia” non esiste più, Berlusconi non c’entra (anzi, è stato proprio un Deputato Pdl – Roberto Cassinelli – ad affondarlo), ma temo che questa catena di Sant’Antonio ci tormenterà ancora a lungo.
Aggiornamento della sera: Mi accorgo, con ritardo (di cui mi scuso) che Vittorio Zambardino aveva già parlato della cosa. QUI. E ne riparla oggi, QUI.
Gianni, nei commenti, ci dice, invece, che la pagina della stessa Repubblica non c’è piu’. O, meglio, non c’è più il testo nel senso che il link non dà errore, ma porta ad una pagina sostanzialmente vuota. Pare che la cache di Google non funzioni. Confidiamo nella nostra memoria…
Tags: roberto cassinelli
Per carità: il balzo l’ho fatto anch’io. Ero a pranzo e, in attesa di essere servito, stavo guardando Repubblica online. Il titolo mi ha colpito subito, l’articolo è questo.
Berlusconi vorrebbe regolare Internet. Una notizia sconvolgente. Dopo l’iniziale sgomento, però, ho provato a riflettere e mi è venuto qualche dubbio. Senza voler fare quello che è più furbo degli altri, ho subito notato che la dichiarazione di intenti era piuttosto vaga (almeno nella versione di Repubblica, come vedremo).
Ci ho riflettuto un po’ meglio e i dubbi si sono moltiplicati. Cerca che ti ricerca, ho trovato anche la versione del Corriere. E c’è un passaggio importante, del tutto omesso da Repubblica: “Il G8 ha già come compito la regolazione dei mercati finanziari in tutte le nazioni; ho visto che per quanto riguarda internet manca una regolamentazione comune”. Non è cosa da poco.
Già doveva venire il dubbio considerato il contesto G8, che è un “forum” che tratta questioni economico-finanziarie. Difficile, dunque, pensare a censure.
Leggendo quanto scritto dal Corriere (e – ripeto – omesso da Repubblica) tutto torna. La censura non c’entra nulla. La preoccupazione di Berlusconi è soltanto quella di scrivere regole che favoriscano l’integrazione di mercato e/o finanza internazionali. Difficile, se non impossibile, che abbia una ricaduta sulle libertà individuali.
Tags: silvio berlusconi
Il Times, con la sua classifica agostana delle leggi strane e/o stupide (se ne parla piu’ diffusamente nel post precedente), ha quasi scatenato un incidente diplomatico.
Sotto accusa la legge classificata undicesima:
"In San Salvador, drunk drivers can be punished by death before a firing squad".[[SPEZZA]]
A parte che San Salvador non e’ uno stato bensi’ la capitale dell’El Salvador (piccola repubblica dell’America centrale), leggendo i commenti all’articolo della testata inglese, si scopre che non sarebbe vero. E qualcuno si e’ anche offeso, pretendendo scuse. Del resto, se dicessero una cosa del genere sull’Italia io, personalmente, non gradire. Sono fiero che il mio Paese sia in prima linea su questo abolizionismo.
Io non sono un esperto di diritto dell’El Salvador, ma penso che Amnesty International sia una fonte attendibile. Leggendo le pagine italiane (aggiornate al tutto il 2006) si apprende che da quelle parti la pena di morte sarebbe, in effetti, mantenuta, ma esclusivamente in casi eccezionali (e.g. reati commessi in tempo di guerra). Per guida in stato di ebbrezza, proprio no…
Ancora complimenti vivissimi al Times sia per la qualita’ dell’informazione che per il c&p acritico (comunque non dichiarato) dai siti di dumb laws.
Update 19 agosto 2007, ore 20.30: Oddio… Pure il TG5 e chissa’ quanti altri tg… Fermateli!!!
Update del 20 agosto 2007, ore 17.03: Stranissima coincidenza. Chit, il giorno prima del Times, aveva scritto qualcosa del genere, citando, correttamente, una fonte (Nemesi.it).
Il Times (questo Alex Wade) ha fatto la scoperta del secolo. Il Corriere la rilancia. Complimenti!
Al mondo ci sono mille leggi stupide, e’ vero. Molte sono state dimenticate e, formalmente, sono ancora vigenti. Il lavoro del Times sembra fatto in casa, frutto di un lodevole studio del ridetto Alex Wade con l’aiuto di alcuni giuristi che, evidentemente, hanno colto l’occasione per farsi un po’ di pubblicita’ (immeritata).
E il Corriere parla, piu’ semplicemente, di leggi "scovate" dal Times. Ma dubito che sia cosi’. Perche’ e’ impossibile e, comunque, impreciso.
Una decina di anni fa o poco meno, nelle nostre mailing list di diritto si parlava gia’ del fenomeno "dumb laws".[[SPEZZA]]
Oggi esistono siti come Dumb Laws, Crazy Laws e Idiot Laws.
Allora ridevamo di siti che parlavano di queste "dumb laws". Non so se le nostre fonti fossero i primi abbozzi dei siti appena citati.
Con certezza, pero’, ricordo che gia’ ai tempi censuravamo le false informazioni che detti siti davano ai lettori.
Morale: il Times non cita le fonti e si prende meriti che non ha (e che non puo’ avere, dal momento che neppure Carnelutti sarebbe stato in grado di fare un lavoro del genere). Semmai, dovrebbe ringraziare i suddetti siti, pur nella loro discutibile attendibilita’. Il Corriere, servilmente, prende tutto per buono.
E’ meglio che di leggi parlino i giuristi, magari quelli che, da anni, conoscono gia’ certe cose. Il resto e’ cabaret o malafede.
Faccio alcune premesse.
Contrariamente a ciò che molti pensano (in un’illusione comprensibile), il diritto non è una scienza esatta. Non si finisce mai di imparare, di stupirsi. E le soluzioni più ovvie e corrette appaiono, talvolta, a chi, immune da pregiudizi e calcificazioni del proprio pensiero, ha, appunto, una mente più fresca e disponibile.
Mi sono imbattuto, non per caso, nel sito intitolato La Rivoluzione che, per quello che ho compreso io, fa dell’anti-copyright la propria battaglia principale, se non esclusiva. Io non so chi ci sia dietro. Il titolare del dominio non necessariamente è l’estensore degli scritti presenti. Di certo, però, dico che, pur ricordando quanto appena scritto, certe materie sono molto delicate e dovrebbero essere trattate da persone competenti. Ripeto che non conosco la cultura giuridica di chi scrive in quel blog.
Ci sono due post (linkati a scarichiamoli.org). Uno un po’ generico, l’altro più approfondito e argomentato. Mi ci sono perso un po’ anche perché ero convinto che il testo del primo fosse diverso, all’origine. Probabilmente, mi sono sbagliato.
Ad ogni modo, a mio parere entrambi – questo il senso del titolo e del contenuto del mio post – sono sbagliati e, soprattutto, pericolosi. Perché qualcuno, più ingenuo e desideroso di trovare una soluzione in un certo senso "vantaggiosa e comoda", potrebbe anche farci affidamento. Ma qui parliamo di diritto penale, mica di bruscolini.[[SPEZZA]]
Nei contributi segnalati – questo il succo – si dice che una legge del 1981 (la 689/81, per la precisione) avrebbe depenalizzato l’art. 171 lda vigente sino a quel momento. Non, dunque, la lettera a-bis) che è quella che riguarda il P2P e le altre forme di messa a disposizione. Novità del 2005.
Risultato? Lo sforzo del legislatore del 2005 di rendere penalmente rilevante la messa a disposizione abusiva di opere protette, senza fine di lucro, sarebbe in contrasto, per violazione (non indicata) dell’art. 3 Cost., con il resto dell’art. 171, comma 1, a detta dell’estensore di esclusiva pertinenza amministrativa.
Ma non è così e, anch’io, ve lo metto per iscritto. Presentandomi e qualificandomi (senza, perciò, definirmi infallibile).
Una breve digressione. Cosa sono le aggravanti e le fattispecie autonome sulla cui distinzione si fonda la tesi de La Rivoluzione? Molto semplicemente: le aggravanti sono "qualcosa in più di non essenziale" rispetto ad un’ipotesi base, le fattispecie autonome sono "qualcosa di essenzialmente diverso".
Giusto per stare in Rete, segnalo questo scritto di Massimo Mannucci, valente magistrato livornese che cita alcuni pilastri del diritto penale. Soltanto incidentalmente, segnalo che la Cassazione ha già risposto al dubbio di Mannucci, ma con un’argomentazione. secondo me, discutibile. Comunque, il valore, quanto meno generale, del pur sintetico scritto di Mannucci rimane.
Contrariamente a quanto ritiene La Rivoluzione, teleologia non significa soltanto bene tutelato dal legislatore, ma, molto più ampiamente, intenzione del legislatore, oggettivamente inteso.
Sicché l’indagine sul bene tutelato – oltre ad essere discutibile nelle conclusioni concrete – è un quasi inutile affanno, specie se altri elementi palesi sciolgono il nodo.
Personalmente, ancor prima di un canone teleologico, penso possa essere sufficiente il dato letterale. "Se i reati di cui sopra" richiama, chiaramente, le fattispecie del comma 1. E potrebbe bastare. Il resto è specificazione che nulla aggiunge, di essenziale, alle condotte, appunto, del comma 1, ma, semplicemente, accorda una maggiore tutela ad ipotesi particolari che, tutte, rientrano nel diritto d’autore.
Atteso che l’art. 171, nelle aggravanti, prevede la pena detentiva, l’art. 32 l. 689/81 non opera coi suoi effetti depenalizzanti.
Déjà vu, incidentalmente, in una sentenza della Consulta del 1986 che, evidentemente attesa la semplicità della questione, non ha inteso dilungarsi troppo.
Tirando le somme.
La presunta discriminazione degli internettiani cade se diamo per buono quanto ho appena esposto (e non soltanto, per la verità).
Sull’iniquità della causa di estinzione, si può anche discuter. Ma l’oblazione (ammesso che quella sia tale) non è certo istituto di ieri.
Soprattutto, però – ed è ciò che mi preme veramente – stiamo bene attenti a prendere per oro colato le tesi presenti in Rete.
Con questo post inauguro ufficialmente la sezione "Non notizie". Gia’ in precedenza mi ero occupato dell’argomento, ma mi sono accorto che, specie per quanto riguarda i reati informatici, le non notizie fioriscono. E’ il caso della "non truffa telematica" col bluetooth, della "non sentenza sul P2P". Giusto per fare due esempi gia’ esposti in questo blog (aggiornero’ la sezione).
Oggi leggo una non notizia sulle indagini informatiche, come da oggetto. Ancora sul video del povero ragazzo Down o, per la precisione, autistico con ulteriori deficit visivi e acustici; che, forse, e’ anche peggio.
C’e’ molta confusione sulle indagini. Tutti sembrano volersi prendere dei meriti, ma la cronaca e’ contraddittoria. Ovviamente, io non so come sia andata veramente. Mi limito ad evidenziare le contraddittorieta’ e, rimanendo nel dubbio, a mettere un punto interrogativo sul titolo di questo post.[[SPEZZA]]
Come si e’ risaliti ai responsabili? Sino a martedi’ mattina sembrava si brancolasse nel buio. In effetti, non e’ poi cosi’ facile risalire a chi ha inserito un contenuto su Google. Ci sono in ballo le regole di privacy a altro ancora.
Esiste, a Milano, una Google Italia S.r.l., ma i video sono su un server collegato ad terzo livello di google.it. Ecco il responso di nic.it
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D’altro canto, la privacy policy di Google (prolissima, ma non impeccabile) fa completo riferimento agli USA. Dunque, la S.r.l. italiana non c’entra, almeno per questi aspetti.
In piu’, se guardiamo bene i dati forniti dal nostro Nic e tracciando i nameserver, ci accorgiamo che i server di google.it sono negli States, non qui da noi.
Quelle macchine, verosimilmente, memorizzano anche i log che Google dichiara di mantenere. Idem, direi, per i dati di account.
Bene, se il server e’ negli Stati Uniti, per acquisire certi dati occorre una rogatoria, come dice giustamente Stefano Hesse, dirigente di Google (e blogger), in questo articolo pubblicato su Repubblica online. E non perche’ Big G faccia ostruzionismo e/o voglia nascondere qualcosa. Si deve fare cosi’, lo vuole la legge.
Tornando alla cronaca, il 14 viene annunciata l’individuazione della scuola della vergogna. Un coraggioso ragazzo di Torino avrebbe riconosciuto, nel video, i locali del suo istituto. Vinti, probabilmente, i timori di una ritorsione da parte dei suoi vigliacchi coetanei, va a riferire tutto all’autorita’. Ma questa, appunto, e’ la versione del Corriere. Anzi, per dirla tutta e’ la prima versione perche’ l’unico riferimento al giovane coraggioso e coscenzioso rimane su una Ultim’Ora. Anche un verifica con il motore di ricerca della testata (semplicemente con la parola down) fa uscire, sino al giorno 15, un report che contiene questa frase: "Uno studente ha visto gli spezzoni dei filmati mandati in onda dalle tv. Ha riconosciuto la classe e si è presentato alla procura di Torino". Ma, dopo poco tempo, il testo dell’articolo linkato e’ realmente sconvolto e, comunque, quel titolo e’ sparito anche dal motore di ricerca (verosimilmente per aggiornamento).
In effetti, gia’ dallo stesso 14 novembre, Repubblica ce la racconta diversamente affermando che l’identificazione dell’uploader, dunque di tutti i responsabili, sarebbe stata possibile grazie all’analisi di tracce informatiche (in particolare, l’email di login). E, francamente, cio’ non e’ possibile se non con la collaborazione del titolare del server. Google? Google Italia? Google Inc.? E ci sarebbe stata una rogatoria?
Non lo so, come non so piu’, a questo punto, quale sia la verita’. Chi ne sapesse di piu’ e’ pregato di riferire.
Per completezza, il 14 Adnkronos, per non sbagliarsi, mette insieme le due versioni.
Incidentalmente, io preferivo la storia del giovane eroe che, impadivo, va a denunciare la cosa. Di cybercops ce ne sono in giro sin troppi, non sempre cosi’ preparati.
Aggiornamento del 17 novembre 2006: purtroppo, e’ sparita anche l’Ultim’Ora che avevo linkato sopra. Devo imparare a fare degli screenshot…
Non conosco, con precisione, la legislazione spagnola sul diritto d’autore, ma siccome, almeno, facciamo parte dello stesso ambito UE, penso non sia tanto diversa dalla nostra.
ANSA, con un articolo dal titolo bomba ("Lecito scaricare musica da Web") ci dice che un giudice iberico ha assoluto un tipo accusato di aver scaricato musica (penso via P2P) in quanto mancava il fine di lucro.
Beh… in Italia si giungerebbe alla stessa conclusione, senza troppi clamori.