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NextQuotidiano > In che senso la diffamazione su Facebook è “a mezzo stampa”

(pubblicato su NeXtQuotidiano del 10 giugno 2015)

Sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco: Internet non è stampa e neppure Facebook lo è.

La recente sentenza della Cassazione, che molti hanno commentato malamente, sembrerebbe per fare il titolone, in realtà dice cose diverse.

Di certo, chi crede che i social network garantissero l’impunità per contenuti diffamatori si sbaglia di grosso. E dovrebbe essere diversamente?

 La Suprema Corte dice soltanto, come già fatto altre volte, che Facebook (anche se non precisa meglio) è un “mezzo di pubblicità” perché ha potenzialità diffusive elevate e, pertanto, una diffamazione per esso veicolata merita una sanzione più elevata rispetto ad un altro contesto (es.: una riunione condominiale) e al pari della stampa.

Tutto qui, si può essere d’accordo oppure no, ma la Cassazione non ha detto che Internet è stampa, proprio no.

Del resto, se i tanti articoli avessero linkato la pronuncia, non ci sarebbe stato bisogno di spiegare.

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Diritto di like

Volevo parlarne la settimane scorsa, a notizia “fresca”. Poi, una serie di impegni professionali e personali me lo ha impedito.

Vedo, però, che non sono stato l’unico a notare la cosa. Massimo, per esempio.

Mi riferisco al caso Tortosa, il poliziotto che ha “difeso”, su Facebook, la sua azione alla Diaz. Più precisamente, parlo della vicenda di un suo collega (credo superiore) che ha messo un like al noto post del Tortosa e che, per tale fatto, è stato trasferito d’incarico.

La problematica, in realtà, non è nuova. Il funzionario di P.S. rischia la carriera, altri rischiano un procedimento penale per diffamazione.

E’ accaduto ancora l’anno scorso, per ricordare un caso di cui la cronaca ha trattato e che avevo commentato proprio all’indomani della notizia. A Parma un uomo è stato querelato per aver messo un like ad un commento diffamatario, rischiando, a sua volta, un’imputazione per diffamazione, peraltro aggravata.

Ora, personalmente non so come sia andata a finire, se il procedimento sia stato archiviato oppure abbia fatto o stia facendo il suo corso.

Ma il problema rimane e consiste nell’eventuale esistenza di un diritto a condividere, con un apprezzamento, l’idea altrui, ancorché illegale, dopo che essa è stata espressa.

Anche considerato che mettere un like non aggiunge alcunché alla carica lesiva del post/commento, sono fermamente convinto che questo diritto esista e discenda direttamente dall’art. 21 Cost.

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Mai Insultare Le Femmine

Il termine MILF è, oramai, ampiamente entrato anche nel nostro slang italico. Per chi non fosse aggiornato, ecco il classico link a Wikipedia.
Ebbene, anche un giudice italiano si è dovuto confrontare con questo nuovo termine (in realtà, un acronimo) ed ha concluso che si tratta di un’espressione offensiva che, dunque, può costituire il reato di diffamazione (aggravata se veicolato tramite Facebook).
Personalmente, non credo che molti siano d’accordo, ma ognuno può farsi una propria idea leggendo il provvedimento.

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Quando il like è reato

Ho l’impressione che, pur nel 2014 e nell’epoca dei social network, certe dinamiche proprie non siano ancora nello sttrumetario di color che dovrebbero disporne.
L’altro giorno ho sentito questa notizia che è tanto grossa che mi viene il sospetto che non sia vera (o del tutto vera): coimputato, con l’accusa di diffamazione. per aver messo un semplice “like” su Facebook.
Non voglio fare discorsi giuridici complessi sul concorso di persone nel reato, ma credo che si possa semplificare.
Ora, un conto è la condivisione di uno status. E ci ragioniamo (sull’ulteriore diffusione di un contenuto eventualmente illecito).
Un conto è, giusto per fare un esempio “della realtà tangibile” (quella non telematica, per dirla meglio), apprezzare pubblicamente un rapinatore (dopo la rapina).
Ci arrivano tutti che chi approva l’azione un tipo ancorché armato e incappucciato non risponde, pur in concorso, di rapina. O no?
Peraltro, ho giusto un caso simile…

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Lsdi > Facebook non è diventato ‘’stampa’’, tanto meno a Livorno

(da Lsdi del 15 gennaio 2013)

Mettiamo subito le cose in chiaro: Facebook, Internet in generale, non è improvvisamente diventato “stampa”. Non lo dice alcuna legge e, specie dopo la felice conclusione del caso Ruta, non lo dice più alcun giudice, tanto meno quello di Livorno cui qualcuno, però, proprio in queste ultime ore vuole a tutti i costi attribuire la citata equazione.

La legge, in particolare il terzo comma dell’art. 595 c.p., punisce la diffamazione mediante “qualsiasi altro mezzo di pubblicità” come quella a mezzo stampa. Semplicemente perché si ritiene che questi mezzi, tra cui rientrano le pubblicazioni telematiche, abbiano una diffusività, dunque una potenzialità lesiva, pari a quella della stampa.

E’ previsto anche il carcere, in alternativa alla multa. Ma l’equiparazione è soltanto sanzionatoria.

Allora, il giudice di Livorno non ha sbagliato. Ha semplicemente applicato la legge, come hanno sempre fatto (giustamente, dalla prospettiva giuridica) tanti suoi colleghi.

Contrariamente a quanto pensa la giornalista Paola Ferrari, che l’anno scorso aveva dichiarato di voler querelare Twitter “in persona”, la legge c’è già e, come appena detto, nei casi estremi può avere ripercussioni pesanti. Non vi sono buchi normativi o sacche di impunità.

Se, poi, riteniamo che la legge sia sbagliata, discutiamone. Ma è un altro paio di maniche e non distorciamo le notizie anche soltanto per fare sensazionalismo.

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Lsdi > Niente bavaglio, ma per il web rimangono grossi problemi

Nel frattempo è cambiato qualcosa. Comunque, ripropongo qui una cosina che ho scritto per Lsdi.

(da Lsdi del 9 novembre 2012)

Alla fine, sulla “salva-Sallusti” passa la linea Berselli, grande mediatore al Senato. Disinnescata, speriamo definitivamente, una messe di emendamenti demenziali, liberticidi, giustizialisti e anche dilatori, in Aula approda un ddl sulla diffamazione abbastanza snello viste le premesse, composto da due soli articoli, sebbene complessi, vertenti su rettifica, pubblicazione della sentenza di condanna, responsabilità civile e sanzioni.

Niente legge bavaglio, ma qualche non trascurabile problema per il Web rimane, come vedremo.

Un testo, d’altro canto, che, come concordano in molti, sembra fatto apposta per il caso Sallusti, ma in ritardo: non tanto per la cancellazione delle pene detentive (di cui, se passasse la linea, Sallusti beneficerebbe comunque), ma per la più complessa disciplina sulla rettifica a suo tempo negata. (altro…)

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L’anti-Sallusti di poi

L’attuale versione del ddl salva-Sallusti sembra fatta apposta per punire Sallusti: con impossibile retroattivita.

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A volte ritornano (e come ritornano)

Personalmente, non credo che un obbligo di rettifica anche per il web amatoriale sia una bestialità o, peggio, un bavaglio. Anche un blogger può far danni a chi è qualificato con una notizia falsa e pertanto occorre prevedere una qualche strumento di tutela.

Ma corrisponde parimenti a verità che un semplice blogger non è uno strutturato professionista dell”informazione. Per questo la rettifica dovrebbe essere prevista a determinate condizioni, con precipue modalità, rispetto al mondo professionale.

Il fatto è, però, che come ci riferisce il Corriere, al Senato sembrano voler imporre la rettifica oltre che alla carta anche ai “prodotti editoriali diffusi per via telematica, con periodicità regolare e contraddistinti da una testata”. Che è quella nuova categoria che era stata introdotta dalla l. 62/2001, che ha mandato nel panico la Rete, che ha fatto fiorire milioni di disclaimer impazziti, che ha concorso a far condannare, in primo e secondo grado, Carlo Ruta, che ha fatto danni per undici anni prima che la Cassazione mettesse la parola fine ad interpretazioni a dir poco bizzarre (ma realmente sostenute in giudizio).

Basta? Evidentemente i nostri Senatori no.

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Sallusti: la parola alla Cassazione

Per chi volesse farsi un’opinione al di là della gazzarra di questi giorni, Guida al Diritto pubblica la sentenza integrale del caso di cui all’oggetto. Son 27 pagine, non male. QUI.

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Giornalettismo > Blog e diffamazione: il caso della provocazione

(da Giornalettismo del 16 marzo 2012)

Forse si smuove qualcosa…

Una sentenza della Cassazione salva il marito di una lavoratrice

Il licenziamento della moglie effettuato con “modalità ritenute illegittime” (pertanto prontamente impugnato davanti al giudice del lavoro) rende non punibili le frasi offensive profferite dal marito della lavoratrice e pubblicate su un blog. E’ quanto ha stabilito la V sezione penale della Cassazione con al sentenza 9907/2012, peraltro confermando l’assoluzione pronunciata in appello dal tribunale di Milano.

Come può essere accaduto? In realtà, per certi versi, la sentenza non è rivoluzionaria. I giudici di piazza Cavour, infatti, hanno semplicemente avallato l’applicazione dell’art. 599., comma 2, c.p. secondo il quale “non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 594 e 595 (ingiuria e diffamazione, ndr) nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso”.

Così, è stato precisato che il “fatto ingiusto” può anche non avere rilevanza penale o civile (comunque, nel caso concreto, ci si trovava di fronte ad un licenziamento ritenuto in qualche modo illegittimo) e che anche qualora le offese provengano da un soggetto diverso (il marito, appunto) da chi ha subito l’ ingiustizia, esso può andare esente da pena per il riconoscimento della “provocazione” contemplata dalla norma citata. Il vento di novità, allora, sta nel fatto che finalmente, pur se in modo un po’ timido, alla Rete si applicano non soltanto i trattamenti sfavorevoli (si ricordino i tanti tentativi di assimilarla alla stampa), ma anche quelli favorevoli, come quelli della vicenda trattata dalla Cassazione.

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