Category Archives: Diritti digitali

A volte ci sono già, parte II

Talvolta, le cose più evidenti ci appaino per ultime. Potrà sembrare un paradosso, ma a me, tra ieri e oggi, è successo proprio così.
Mi riferisco a quanto pubblicato ieri su Repubblica, commentato con uno mio post: la (presunta) proposta di Mariastella Gelmini di rendere penalmente punibile l’ingiuria anche su Internet, persino sui social network.
Come abbiamo visto, gli emendamenti dell’Onorevole sono stati ampiamente fraintesi dal chi ha scritto l’articolo. L’ingiuria è già punibile su Internet, anche via social network.
In realtà, però quello che veramente buca lo schermo sono tutti i commenti (al momento ben 79) che, oltre ad inveire contro la Gelimini a vario titolo, oltre a rappresentare demenziali dissertazioni giuridiche (italiani: un popolo di giuristi), pretenderebbero anche il libero sfanculamento telematico.
Io sono per un’ampia depenalizzazione di certi reati, però non so proprio se sia sostenibile il libero insulto telematico. E i diritti dell’insultato?

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La fretta del fare

I decreti-legge vanno convertiti in legge. Quale occasione migliore per riscrivere norme nate male, dopo la riunione del 15 giugno, e, con i ritocchi prima della pubblicazione, cresciute peggio?

Mi riferisco al “decreto del fare”, il decreto legge 21 giugno 2013, n. 69.

Promemoria per il Parlamento, non soltanto secondo me (visto che in molti siamo giunti conclusioni simili).

1) Comma 1. Il decreto non menziona il wi-fi che, secondo il governo, si voleva liberalizzare (ma, come sappiamo, era già stato liberalizzato due anni e mezzo fa). Tuttavia, l’espresso riferimento, al comma 2, all’art. 7 del “decreto Pisanu” (che parla di Internet point, Internet cafè, phone center, ecc.), esclude che sia stata posta in essere una liberalizzazione delle telecomunicazioni. Altrimenti detto, per gli operatori di telecomunicazioni valgono i soliti adempimenti (autorizzazioni ed altro). Rimane, però, una forte ambiguità della norma, non lo si può negare. Sarebbe meglio cancellarla.

2) Sempre Comma 1. Onestamente, non mi risulta sussistente un obbligo di tracciabilità dei MAC address (identificativi di interfacce di rete). La direttiva 2006/24/CE in tema di data retenion non ne parla proprio (si menzionano, invece, IP, IMEI, ecc.). Anche in questo caso, una sbianchettata sarebbe opportuna.

3) Comma 2. La prima parte della disposizione recita: “la registrazione della traccia delle sessioni, ove non associata all’identità dell’utilizzatore, non costituisce trattamento di dati personali e non richiede adempimenti giuridici” Si tratta, in realtà, di un altro passaggio ambiguo. Affermare che le tracce delle sessioni, senza associazione di identità, non sono dati personali potrebbe apparire un’ovvietà. Peccato, però, che la definizione di dato personale sia ben ampia e comprenda anche quelle informazioni che rendono la persona anche soltanto identificabile. A ben vedere, la norma spalancherebbe le porte anche a gestioni “disinvolte” di certi danti. Da cancellare, per evitare imbarazzanti sovrapposizioni anche con la normativa sovranazionale.

Fortunatamente, non è tutto da buttare, ma la fretta del fare a volte porta a disfare.

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Brogli elettronici?

La democrazia online va molto di moda, l’entusiasmo di diffonde. Dopo il M5S, anche il PD sembra sia pronto con una propria piattaforma.
Ieri il Fatto ha pubblicato un articolo proprio sull’argomento. Molto interessante.
Premesso che i brogli – lo sappiamo bene – si fanno da sempre e tipicamente con i sistemi di voto tradizionali, l’entusiasmo per la democrazia liquida dovrebbe far spazio ad una razionale consapevolezza dei rischi tipici del mezzo.
All’ultima e-privacy estiva, Corrado Giustozzi ha relazionato su “La sicurezza dei sistemi di voto elettronico”. Trovate tutto da QUI, poco sotto la metà della pagina.
Come già detto altrove, sarebbe bello parlarne ancora, credo che Corrado sia disponibilissimo, io mi offro come chairman.

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Giornalettismo > Il Wi-Fi libero del governo, confuso e infelice

(da Giornalettismo del 24 giugno 2013)

Il Governo sta facendo qualcosa per rendere meno burocratico l’accesso alla Rete, ma ha evidenti problemi di comunicazione.

Qualche giorno fa, precisamente il 15 giugno, l’esecutivo si era riunito per stendere la versione (quasi) definitiva del decreto “del fare”, un importante passo verso la ripresa.

Avevo già scritto qualcosa segnalando quanto il parole del ministro Zanonato, pronunciate nella conferenza stampa dello stesso giorno, fossero contraddittorie, a tratti incomprensibili se confrontate con la realtà, anche legislativa.

La “liberalizzazione” delle connessioni wi-fi era già stata decretata quasi due anni e mezzo prima con lo stop all’obbligo di identificazione voluto nel 2005 con il decreto Pisanu.

Poche ore dopo la riunione, però, iniziavano a circolare le prime bozze del decreto e si è capito qualcosa di più, in particolare che le novità avevano ben altro rilievo rispetto a quanto dichiarato dal Ministro.

Oggi, con il testo definitivo (il decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69), abbiamo, finalmente certezze. Tutto è contenuto nell’art. 10, ampiamente rimaneggiato anche rispetto alle prime bozze.

Si è già accennato che la liberalizzazione del wi-fi, intesa dalle prime parole del Ministro come venir meno dell’obbligo di identificazione preventiva dell’utente, fosse un fatto già acquisito.

Ma il decreto parla, invece, di un’altra liberalizzazione, quella che si evince dalla “rubrica” (il “titolo” dell’articolo) della disposizione citata: “Liberalizzazione dell’allacciamento dei terminali di comunicazione alle interfacce della rete pubblica”.

Il primo comma, verosimilmente per forma retorica, ribadisce l’inesistenza di un obbligo di identificazione personale dell’utilizzatore, ma ai commi successivi (insieme ad altre questioni tecniche) si comprende la vera essenza delle novità.

La prima – in realtà un mera conferma di una certa interpretazione, per certi versi dovuta – è che “se l’offerta di accesso ad internet non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore” non vige il regime autorizzativo tipico dei provider. Via libera chiaro e definitivo, pertanto, all’offerta Internet da parte di bar, ristoranti e alberghi, ma anche di altri esercizi commerciali.

Poco comprensibile, invece, appare il riferimento all’art. 7 del “decreto Pisanu” (sulla tracciabilità degli utilizzatori) in quanto lo stesso era già venuto sostanzialmente meno per effetto di ben due distinti interventi legislativi. La seconda novità è che per l’istallazione di interfacce alla rete pubblica non è più necessario rivolgersi a soggetti particolari iscritti in un apposito albo a pena di sanzioni sino a quattro zeri. Un bel risparmio, di tempo, di denaro, in genere di risorse.

Diciamo, pertanto, che l’azione del Governo, sebbene un po’ confusa e, all’inizio, non comunicata in modo efficace, ha senza dubbio il pregio di aver levato di mezzo un po’ di burocrazia, cosa fondamentale per il rilancio.

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La privacy de noantri

Tutti contro Obama e Prism. Giusto, quanto meno per chiedere chiarimenti sulla riservatezza anche di noi italiani, visto che anche in Italia si usiamo servizi americani. Però…

Forse per mera coincidenza, proprio ieri il Garante ha pubblicato la sua relazione annuale, schierandosi a difesa della privacy contro… i soliti big dell’informatica, Google e Facebook in testa. O, almeno questa, è l’estrema sintesi che ne ha fatto la stampa inserendo questa notizia subito dopo il blocco riservato al “Datagate”.

In realtà, il presidente dell’Autorità, il prof, Antonello Soro, di professione dermatologo, già il 6 giugno era intervenuto sul punto con parole molto caute. Poi silenzio, almeno sul sito ufficiale.

Il manto, però, è calato ancora di più su cose di casa nostra.

Parliamo del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 gennaio 2013 intitolato “Direttiva recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale”.

La stampa ne ha parlato, verso la fine di marzo, in modo molto sterile, il più delle volte sottolineando positivamente l’impegno del Governo (allora quello presieduto da Mario Monti) nel perseguire obiettivi di sicurezza informatica. Poi, il discorso è caduto nel dimenticatoio.

Eppure i passaggi critici non sono pochi perché il rischio è che si aggiri la magistratura per controllarci tutti in barba a garanzie e diritti.

Ad occhio, direi che, oggi, ne ha parlato soltanto Fulvio, peraltro, citato insieme a me sul Secolo XIX cartaceo di ieri in un’intera pagina dedicata a tutti ‘sti spioni.

L’argomento merita una nuova riflessione – ha ragione Fulvio – proprio alla luce dei fatti d’oltreoceano, perché gli spioni sono anche “de noantri”.

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A ridanghete

 

 

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(Io sono uno di quelli che considera Internet come tutti gli altri mezzi di comunicazione/informazione, dunque una norma del genere finirebbe per farla essere “diversa”, quando diversa non è, specie in questa prospettiva giuridica).

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Giornalettismo > Laura Boldrini e le leggi sul Web a sua insaputa

(da Giornalettismo del 3 maggio 2013)

Chi credeva che gli strali sulla Rete fossero appannaggio esclusivo di reazionari misoneisti eventualmente di destra si sbagliava di grosso e ora deve ricredersi. Oggi c’è stato un “uno-due” non da poco, addirittura proveniente da alcune delle più alte cariche dello Stato, di diretta discendenza di sinistra.

Prima Laura Boldrini, Presidente della Camera eletta nelle liste Sel. In una confusa intervista curata da Concita De Gregorio finiscono nel calderone le minacce alla stessa, purtroppo, ricevute con cadenza giornaliera, il femminicidio, il razzismo e la xenofobia (quelle di destra, come si specifica) e tutela dei minori. E, tra le righe, spunta l’idea di una legge speciale che permetta di intervenire a priori. Un approccio che fa paura a chiunque abbia cari i diritti fondamentali dell’uomo.

Poi, Pietro Grasso, Presidente del Senato, eletto in quota Pd, già Procuratore nazionale antimafia (non ce lo dimentichiamo). A Sky TG24 gli chiedono un commento alla parole di Boldrini e ne esce fuori la necessità di leggi ad hoc che combattano fatti come ingiurie, minacce e fatti anche più gravi.

Entrambi, dunque, parlano di leggi da fare, di un’anarchia della Rete (sic) che non si può più sopportare e che occorre fermare la valanga di insulti e minacce che viene dal Web. Tacendo, verosimilmente per ignoranza, fatti che non sono proprio dettagli.

Scendendo dalle vette del parlar figurato, ci si accorge che la Rete non è un’entità, è solo un mezzo, mediante la quale persone in carne ed ossa – altro che virtuali – compie le stesse azioni compiute sino a ieri con strumenti non tecnologici. Nessuno si è mai sognato di prendersela, ad esempio, con le Poste se qualche idiota spedisce pacchi bomba.

D’altro canto, la legislazione sul Web è sufficientemente assortita: ingiurie, diffamazioni, minacce e quant’altro sono reati già perseguibili secondo le leggi del nostro ordinamento, che sono state anche stiracchiate, se non stuprate, per adattarsi al nuovo contesto (si pensi all’inibizione della navigazione su decine di siti che ci ha fatto paragonare ai cinesi, quelli cattivi e censori, ovviamente).

Nessuno, invece, che sappia cogliere le opportunità della tecnologia, in particolare della telematica, se non, ad esempio, per lucrare sulle brutture del gioco d’azzardo, come fa ampiamente lo Stato. Nessuno che valorizzi, con apposita legislazione, le potenzialità della Rete, straordinario mezzo di comunicazione per l’esercizio dei diritti, universali, di informare e di essere informati.

Ormai abbiamo rinunciato ad avere il sogno di politici di tale sensibilità. Ma, almeno, che non pensino a leggi speciali anche perché esistono già regole applicabili eapplicate, evidentemente a loro insaputa.

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Avanti così

Paola Ferrari pare che abbia veramente querelato Twitter. Non gli utenti, ma proprio Twitter Twitter.
Lo ha confermato dalla Bignardi e dice pure che va avanti.
Bah, vedremo.

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Mercoledì e giovedì tutti a Firenze

“L’ Associazione Stampa Toscana in collaborazione con Digiti, Lsdi, con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Firenze e dell’ Università degli Studi di Firenze organizza il primo evento nazionale dedicato a al giornalismo digitale in Italia” (copiato e incollato dai testi ufficiali). E’ Dig.it. Gionalismo digitale tra informazione e società, a Firenze il 4 e il 5 luglio 2012.
Ci sarò anch’io dopo tanto tempo passato dietro le quinte. Parteciperò alla sessione “Il giornalismo sotto pressione” dove racconterò un po’ quello che so delle cause giudiziarie correlate all’informazione.
Spero potrà essere l’occasione anche per dire qualcosa di più su un’ideuzza di cui abbiamo discusso già tempo addietro con Massimo e che, questa volta, potrebbe concretizzarsi. E’ possibile che lui anticipi qualcosa già domani, durante il suo intervento (fammi sapere…).

P.S.: Grazie a Vittorio Pasteris che mi ha invitato e che ci ha sempre creduto malgrado la mia partecipazione si presentasse improbabile 😉

Come dicono i blogger “giusti”, “se volete ci vediamo lì”.

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Giornalettismo > Il copyright e i poteri forti della Rete

(da Giornalettismo del 23 marzo 2012)

Un amico mi ha detto che questo editoriale è equilibrato. In realtà, a me sembra un po’ dai toni accesi, quelli di una volta. Un po’ “sopra le righe”, come una volta ho detto di un altro che se l’è pure presa, il permalosone.

:.:.:

L’anno scorso, d’improvviso, l’AgCom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) ha affermato di voler redigere un regolamento per la risoluzione delle diatribe sul diritto d’autore online.

L’idea non era piaciuta per il timore che tra i poteri che l’Autorità sembrava volersi attribuire vi fosse anche quello di ordinare l’oscuramento dei siti sospettati di violazioni della proprietà intellettuale. Col sospetto, peraltro, che ciò potesse costituire una scusa per un intervento in realtà meramente censorio.

Insomma, secondo alcuni il solito tentativo di imbavagliare la Rete con uno strumento dall’apparenza legale e, fatto altrettanto grave, bypassando la magistratura.

Personalmente, non ho mai avallato questa tesi un po’ paranoica, ma qualche rischio ci poteva essere. Il perché lo capiremo alla fine dell’articolo.

Fatto sta che, malgrado il sorprendente parere favorevole del costituzionalista (ed ex giudice costituzionale) Valerio Onida, e dopo una “proposta” molto soft di regolamento, il presidente AgCom, Corrado Calabrò, è andato in commissione parlamentare a riferire che non hanno potere regolamentare. Che ci pensi, allora, il legislatore.

Come mai questo clamoroso “revirement”?

Prova a spiegarlo Edoardo Segantini in un editoriale che è il vero bersaglio di queste mie riflessioni: “Poi però Calabrò deve aver avuto paura di mettersi contro la parte del «popolo della rete» più insofferente a qualsiasi limitazione, che trova nei big dell’economia digitale potenti alleati e in Parlamento ascoltatori sensibili”.

Queste e altre amenità qualunquiste contenute nel pezzo in commento, dimostrano, in realtà, sia un interesse di parte (comprensibile, rispettabile, ma non lo eleviamo ad interesse universale), sia un marcato misoneismo che, peraltro, si svela nella vacua locuzione “popolo della rete” (comunque, con le mie fortissime perplessità sull’uso del minuscolo, forse voluto).

Non è la prima volta che Segantini si occupa di temi tecnologici. Ha trattato di social network, banda larga, neutralità della Rete, spesso con curiosità, competenza ed equidistanza, va detto.

Che succede, ora? Credo che dietro ci sia il misoneismo di cui dicevo, forse il voler essere rassicurante come una Rete 4, magari anche una giornata storta: succede.

E c’è soprattutto la partigianeria di chi non vuole adattarsi al mondo che cambia sopra ogni singolo. Sì, perché i “poteri forti” non sono certo le “potenti organizzazioni offshore” – quasi un complottismo occulto – ma, piuttosto, certe note concentrazioni capitaliste – e “tradizionali”, nel senso weberiano – che si arrogano il diritto di pilotare il sapere.

Fermo restando che una semplice authority – peraltro costituita nei modi che anche Segantini dimostra di conoscere perfettamente – non può certo assurgere ad arbitro di un medium – la Rete – che è senza dubbio il veicolo più libero che si conosca: salvo l’intervento dell’autorità, appunto.

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