Category Archives: Diritti digitali

Internet non è un luogo (reprise)

Non è la prima volta che sento dire che Internet sarebbe un “luogo”. Questa volta è toccato al premier Gentiloni, per la verità non sempre a suo agio con le questioni di Rete.
Ecco il nucleo delle sue ultimi dichiarazioni: “I percorsi di radicalizzazione si Sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri e nel web”.
Un carcere è un luogo, lo capiamo tutti. Un luogo dove, in effetti, dalla privazione della libertà in giù l’individuo è notevolmente sollecitato, anche in negativo.
In quanto luogo, dunque, si può cercare di migliorarne lo stato affinché non generi mostri.
Il Web, invece, non è un luogo, non c’è nessuno, cosa vuoi fare?
La Rete è un mezzo, come il telefono, ad esempio. E come tale va trattato.
Se non si capisce questa cosa elementare non si risolve nulla.

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La Cassazione sui “captatori informatici”: “sì, ma, però”

Tutti ne hanno parlato, tanti l’hanno commentata, ancor prima di leggere le motivazioni (anche se, in parte, prevedibili, visto il dispositivo). Parlo dell sentenza n. 26889 delle sezioni unite penali della Suprema Corte, depositata lo scorso 1° luglio, in tema di “captatori informatici”.
Anche nell’editoria giuridica, pure quella “lato senso” fatta di iniziative di singoli, c’è quell’ansia da cronaca che spinge a dare la notizia subito, prima degli altri, in una vera e propria competizione tra autoreferenti dalla sententia precox che, però, se badiamo alla sostanza giuridica non ha alcun senso, anzi può essere dannosa. E’ stata una tentazione anche per me, talvolta.
Il diritto è sì attualità, ma non proprio mera cronaca. Altrimenti, si scade in certi spettacoli pietosi come quelli del voyeurismo giudiziario à la Quarto Grado.
E’ importante conoscere il più recente orientamento giurisprudenziale, ma con il solo dispositivo, se non si conoscono bene gli atti, fare a meno delle motivazioni è profondamente sbagliato; almeno da un punto di vista scientifico, se non vogliamo fare, appunto, mera cronaca e pavoneggiarci per aver dato per primi la notizia.
Detto ciò, cosa sono i “captatori informatici”? Si tratta di software, di fatto “malware” ovvero, più in popolarmente, “virus” o “trojan”, inseriti, segretamente, in dispositivi informatici/telematici, normalmente mobili, al fine di procedere ad intercettazioni. Insomma: vere e proprie “cimici informatiche” anche se, proprio per la mobilità dei sistemi su cui sono installati di solito, non sono fissi, ma possono captare ovunque siano trasportati.
Sulla carta, un software di quel genere, nelle sue versioni più complesse, può attivare non soltanto il microfono (caso più frequente e proprio dei “captatori”), ma tutte le funzionalità del dispositivo: la fotocamera, la radio GPS, le altre radio in genere. In pratica può letteralmente telecomandare il device.
Qui, ovviamente, parliamo di programmi installati a fini giudiziari, altrimenti staremmo a discutere di intercettazioni abusive, accessi abusivi, violazioni di domicilio, ecc.
Anche su quest’ultimo profilo, avevo già scritto tempo fa: QUI, QUI, QUI e anche QUI.
Ma, insomma, cosa ha detto la Cassazione? Premesso che l’attività è stata fatta rientrare nell’alveo delle intercettazioni “ambientali” (e non “telefoniche” o “telematiche”), secondo me, pur con argomentazioni non certo banali, i giudici di piazza Cavour hanno scelto una via non certo pacifica e un po’ salomonica.
Malgrado il legalese, credo che il principio sia chiaro per tutti “Limitatamente ai procedimenti per delitti di criminalità organizzata, è consentita l’intercettazione di conversazioni o comunicazioni tra presenti mediante l’installazione di un captatore informatico in dispositivi elettronici portatili (ad es., personal computer, tablet, smartphone, ecc.) – anche nei luoghi di privata dimora ex art. 614 c.p., pure non singolarmente individuati e anche se ivi non si stia svolgendo l’attività criminosa“.
La soluzione tecnologica è, dunque, valida soltanto per alcune classi di reati, non per tutti.
Questa la decisione della Suprema Corte. Sta di fatto, però, che molti sono dell’idea che occorrerebbe rivedere la disciplina in tema di intercettazioni perché così, senza norme specifiche, si rischiano abusi e interpretazioni un po’ stiracchiate.
E’ il solito problema: la legge che non riesce a stare dietro alla tecnologia, neppure quando è a maglie un po’ più larghe. E ciò vale soprattutto per la materia penale, tipicamente di stretta interpretazione.
Intanto, lo dico incidentalmente, si parla di un (quasi) misterioso convegno non pubblico durante il quale si è discusso proprio di una futura disciplina in materia.
Chissà che ne sarà sortito anche se i soliti ben informati sapranno già tutto.

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New Troll(s)

Masera

(Anna Masera, con quasi certezza, ce l’aveva anche con me perché sono tra i critici – con argomentazioni – della “Carta” di Internet e ieri sera l’ho fermamente ribadito.
Poi, è uscita dal gruppo Fb dei Digital Minions e mi ha cancellato dalle amicizie. Fortunatamente, il pallone ce lo siamo tenuto noi).

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Analfabeti di ritorno

URP_GEL’URP del Tribunale di Genova è senza dubbio un ufficio efficiente, che dà molte informazioni anche via Web, decisamente oltre la media nazionale.
E aggiungo che, dietro, ci sono persone molto cordiali e disponibili (verificato personalmente poche settimane fa, al telefono).
Tuttavia…
Propri questa mattina, vicino agli ascensori laterali del piano 3 del Palazzo, mi sono imbattuto nel manifesto fotografato (forse già esistente, ma che non avevo mai notato).
Una sorta di cartaceo di ritorno, uno stampato che annuncia le novità del sito. Una cosa mai vista, laddove ho sempre pensato e auspicato l’opposto: il Web che annuncia una carta un po’ desueta, da rianimare.
Temo sia il segno di una resa, certamente di una conclamata incapacità nell’utilizzare il mezzo, ancora più grave se si manifesta nella PA.
Evidentemente, dopo gli entusiasmi degli anni passati, qualcuno ha ritenuto (forse, purtroppo, un po’ a ragione) che occorresse fare un passo indietro. Perché la cultura proprio non c’è, perché nessuno, tra quelli che “contano”, ha voluto realmente diffonderla.
La “cultura digitale”, quella che potrebbe aiutare la rinascita del nostro Paese, sembra fatta soltanto di gadget elettronici per adulti.
Una brutta involuzione, i cui sintomi sono da tempo più che evidenti.
E così, inevitabilmente, torniamo al punto di partenza: a questo agghiacciante indice cartaceo di una pubblicazione telematica.
Perché, purtroppo (anzi: per colpa di qualcuno), non è concepibile, allo stato, che aspettando l’ascensore (specie nei giorni di Sorveglianza che intasano i montacarichi umani) si possa accedere al sito semplicemente con un codice QR di pochi centimetri di lato.
Non ci servono campioni digitali, vogliamo la “normalità”, quella che non c’è.

 

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Internet non è un luogo

1.RICONOSCIMENTO E GARANZIA DEI DIRITTI

Sono garantiti in “piccione viaggiatore” i diritti fondamentali di ogni persona riconosciuti dai documenti internazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalle costituzioni e dalle leggi.

Tali diritti devono essere interpretati in modo da assicurarne l’effettività nella dimensione del “piccione viaggiatore”.

Il riconoscimento dei diritti in “piccione viaggiatore” deve essere fondato sul pieno rispetto della dignità, della libertà, dell’eguaglianza e della diversità di ogni persona, che costituiscono i principi in base ai quali si effettua il bilanciamento con altri diritti.

Quello riportato sopra (con alcune modifiche di cui dirò) è il primo articolo della bozza della Carta dei diritti in Internet fortemente voluta da Stefano Rodotà e Laura Boldrini, sottoposta in questi giorni a consultazione pubblica.
Visto che in Commissione ho un paio di amici stretti e con un altro lo siamo un po’ meno, vorrei dire la mia, magari mi ascoltano.
Un approccio sbagliato.
Internet non è un luogo, ma un mezzo, come lo sono il telefono, il fax, financo il piccione viaggiatore che ho voluto, provocatoriamente, sostituire ai termini “Internet” e “Rete”.
Considerarlo luogo, utilizzando il termine “in”, temo sia soltanto un sofisma, ad essere buoni mera suggestione, col sospetto della demagogia.
Nessuno si sognerebbe mai di definire luogo un piccione viaggiatore o un fax.
Internet, per essendo un mezzo straordinario (il più straordinario, al momento), è, appunto, soltanto un mezzo tra i mezzi.
Incidentalmente ricordo che identificare Internet come un luogo o un’entità a sé (es.: “il popolo di Internet”) o come un “mondo virtuale” (laddove il mondo telematico è “realissimo”) era prerogativa dei soggetti “infolesi” (certi politici e certi comunicatori che amano riempirsi la bocca di termini e concetti sconosciuti).
Ora, molto tristemente, devo constatare che, invece di rientrare, questa tendenza, questo profondo errore concettuale, malgrado l’affermarsi di una certa cultura digitale, si sta espandendo. E temo che questa “Carta”, che nel suo preambolo inizia a parlare ambiguamente di “spazio”, sia una prova inconfutabile.
Persino la Cassazione, recentemente, ha parlato di Facebook (sic) come “luogo”. Ed io lo trovo molto preoccupante (come preoccupa Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani).
Questa tendenza va fermata prima che porti a conseguenze irrimediabili.
Un lavoro inutile.
Tutti i diritti che sono menzionati nella Dichiarazione sono, in realtà, già riconosciuti nella nostra Costituzione, nelle nostra legislazione ordinaria. E così nelle leggi di tanti paesi.
Per cui, proprio non capisco la necessità di mettere in piedi tutta questa macchina che appare un esecrabile spreco di risorse, non soltanto economiche.

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neXt > Perché la Carta dei diritti Internet non serve a niente

In queste ultime ore è stata approvata una prima bozza della Carta dei diritti di Internet. Si tratta di un’iniziativa fortemente voluta, in particolare, dal Presidente Boldrini e da Stefano Rodotà.

 Non si intende mettere in dubbio la necessità di una Rete libera, tanto meno la buona fede dei proponenti. L’iniziativa, però, presta il fianco a tre critiche a mio modo di vedere non banali, non facilmente superabili.

Nessun organo costituzionale, in particolare legislativo, ha delegato tale attività che aspira a regolare qualcosa, per cui sarebbe particolarmente lecito dire “non in mio nome”.

Le regole (cogenti) per Internet esistono già (es.: dati personali, commercio elettronico, tutela del consumatore, ecc.) e, molto spesso, sono di origini comunitaria, dunque tendenzialmente uniformi almeno in ambito UE.

Con la Carta si pretende di normare un mero “mezzo” (Internet non è un “luogo”), per di più con aspirazioni da legislatore planetario, cercando di imporre le proprie regole ad altri Paesi, muovendo da un Paese ad istituzioni sovranazionali, laddove dovrebbe accadere il contrario.

Allora, non sarebbe meglio evitare anche gli sprechi di commissioni inutili e promuovere fattivamente, senza alcuna pretesa di dettar legge, le libertà fondamentali che prescindono dai mezzi di comunicazione?

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Due o tre cose che vorrei dire sulla Costituzione di Internet

Il tema non è certo nuovo, ma ha ripreso attualità. Lunedì scorso, il 16 giugno, a Montecitorio si è tenuto un convegno sul tema e dal titolo “Verso una Costituzione per Internet”?

Speaker di eccellenza, non necessariamente competenti: Stefano Rodotà, Laura Boldrini e Antonello Soro.

Ecco le mie osservazioni.

1) Premetto che, in linea di massima, anch’io sono contrario a normare la Rete. L’ansia dei legislatori misoneisti è qualcosa che mi ha sempre un po’ spaventato, come se fosse psicopatologica.
Sono sempre stato contrario a questo tipo di regole, sin da quando si voleva introdurre il “diritto ad Internet” nella nostra Costituzione con un curioso art. 21 bis.
Più che temere vincoli, credo che la nostra Costituzione vada già benissimo, almeno su questo punto, e non è proprio il caso di inspessirla con nuove regolette, inutili.

2) Invece, c’è chi, al di là di questo genere di considerazioni, teme comunque le regole credendo che essere limiterebbero inevitabilmente le libertà. E sono tanti, anche perché la Presidente Boldrini ha proprio sbagliato tema, utilizzando termini e figure un po’ preoccupanti.

3) Per quello che ho letto in giro, infatti, i vari speaker hanno parlato di regole e Internet in modo molto diverso. Boldrini e Soro hanno proposto regole alla Rete, confermando, come detto, i timori dei sullodati fobici.

4) Rodotà, invece, ha trovato, già anni fa, la parolina magica che, paradossalmente, rende meglio di quella utilizzata nel titolo del convegno (“Costituzione”). La parolina – in realtà una locuzione – è “Bill of Rights” che, a chi ha compiuto studi giuridici preferibilmente comparatistici, ricorderà più che la Costituzione britannica, una parte (i primi 10) emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti. Tipo il primo, dove è consacrata la “freedom to speech”, la “libertà di parola”, mica poco…

5) Si capisce, allora, che le suddette fobie sono un po’ fuori luogo almeno sulla posizione Rodotà che, peraltro, non è certo l’ultimo arrivato (e, giustamente, ricorda che, al momento, le regole le fa il mercato in modo non proprio democratico).

6) Tuttavia, non sono d’accordo ad introdurre una Costituzione di Internet. Come detto sopra, non serve.

A me la cosa sembra tanto semplice…

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Sequestri esagerati

Poco meno di un anno fa veniva sequestrato il blog politico “il Perbenista”, gestito da un candidato alle amministrative di Udine.
L’accusa? Diffamazioni, contenute, però, non già nei post del titolare, ma in alcuni commenti in calce.
Ieri la Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza con cui ha annullato il provvedimento di conferma del tribunale per il riesame sottolineando da un lato il valore sociale (tutelato da CEDU e Costituzione) dei mezzi di informazione (anche quelli “non professionali”, dunque) e, soprattutto, che il sequestro di un intero sito per l’esistenza di alcuni contenuti offensivi scritti da terzi proprio non si può fare.
Il blog non è offensivo di per sé dunque non può essere sequestrato nella sua interezza. Tradotto dal legalese, il sequestro totale è esagerato.
Un buon passo avanti.

P.S.: Mi sono accorto che, anni fa, avevo scritto un post dal titolo molto simile.

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I paradossi della Rete

BacchidduPaola Bacchiddu è una freelance professionista: Da qualche giorno, in Rete, si parla molto del suo caso.
Lo screenshot è di un suo status di ieri e c’è anche un pezzo su LSDI.
Il suo è un caso paradossale.
Ha raccontato, su una testata online, una storia di presunto malaffare pubblico. Ha virgolettato il testo degli esposti inviati alla Procura, ha concluso precisando che la giustizia avrebbe verificato e… si è ritrovata citata penalmente per diffamazione. E, ancora paradossalmente, da sola, perché il direttore delle testate online non risponde per omesso controllo.
L’articolo è ancora QUI (nessuno ha mai chiesto rettifiche o altro), così vi fate un’idea autonoma.

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A volte ci sono già, parte II

Talvolta, le cose più evidenti ci appaino per ultime. Potrà sembrare un paradosso, ma a me, tra ieri e oggi, è successo proprio così.
Mi riferisco a quanto pubblicato ieri su Repubblica, commentato con uno mio post: la (presunta) proposta di Mariastella Gelmini di rendere penalmente punibile l’ingiuria anche su Internet, persino sui social network.
Come abbiamo visto, gli emendamenti dell’Onorevole sono stati ampiamente fraintesi dal chi ha scritto l’articolo. L’ingiuria è già punibile su Internet, anche via social network.
In realtà, però quello che veramente buca lo schermo sono tutti i commenti (al momento ben 79) che, oltre ad inveire contro la Gelimini a vario titolo, oltre a rappresentare demenziali dissertazioni giuridiche (italiani: un popolo di giuristi), pretenderebbero anche il libero sfanculamento telematico.
Io sono per un’ampia depenalizzazione di certi reati, però non so proprio se sia sostenibile il libero insulto telematico. E i diritti dell’insultato?

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