Una data retention da paura
Pubblicato da Daniele
Il Corriere pubblica un “interessante” articolo su data retention e ritrosia del cittadino.
Ve lo leggete QUI. Intanto, qualche brevissima riflessione:
- siamo tutti spiati, legalmente o illegalmente; e già lo sapevamo;
- essere spiati non piace;
- (mia riflessione) non penso che ciò dipenda dal delirio di privacy degli ultimi tempi;
- comunque sia, nella stragrande maggioranza dei casi penso che la gente non ci faccia caso (leggere bene le cifre citate nell’articolo…); e, poi, lo dimostrano anche tutte le indagini (certo, non sappiamo in che percentuale) che si risolvono proprio grazie alla data retention;
- dunque, l’articolo del Corriere è fondato sul nulla. O quasi, ma poco cambia.
(per tacere del pressapochismo dello scritto)
Punto.
6 Commenti »
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Pubblicato il 06 06 2008 alle 9:34 quota
Dal risultato del sondaggio:
e poi:
Questi due punti sono secondo me assai interessanti, anche perché coicidono con alcuni scenari d’uso di Tor (progetto che seguo personalmente).
Il sondaggio è una delle molte iniziative dell’Arbeitskreis Vorratsdatenspeicherung sulla data retention in Germania, come incontri, conferenze, manifestazioni in numerose città tedesche.
vedi:
http://www.vorratsdatenspeicherung.de/
Pubblicato il 06 06 2008 alle 10:42 quota
A me pare che a nessuno freghi molto della sua privacy…
Mi spiego: a nessuno interessa che qualcuno spii le nostre abitudini; ai cittadini si interessano alla privacy solo quando questa comporta unos vuotamento delle loro tasche o un loro arricchimento…
La privacy in se stessa non è un valore interessante…
Pubblicato il 06 06 2008 alle 17:29 quota
Si, oggettivamente al giorno d’oggi c’e’ troppa poca preoccupazione per la data retention. Però e’ destinata ad aumentare gradualmente; giusto il tempo di chiedersi “ma tutta ’sta gente che mi da ’sti servizi tutti carini e scintillanti, ma che ci guadagna?”.
Il fatto è che le conseguenze della data retention non sono palmari, l’utente non ha necessità di approfondire l’argomento, e l’interpreneur - che e’ focalizzato sul guadagnare, non sullo studio delle esternalità - ci mette un po’ a comprenderne le dinamiche (ie: quando le ha capite c’e’ dentro fino al collo; non può fermarsi per questioni etiche non ancora risolte). Quindi di fatto le problematiche esistenti rimangono appannaggio dei giuristi che hanno qualche guizzo di coscienza magari a seguito di pronunciamenti che fanno quantomeno arricciare il naso, degli informatici che conoscono le possibilità offerte dalla tecnica, di sociologi che studiano le community on-line, e qualche bamboccione tipo Scobble che un giorno per caso vuole rimuovere i suoi dati, non ci riesce, e allora va in puzza; così quando e’ troppo tardi critica questa impossibilità di gestire i suoi dati… dimenticando freudianamente che ubriacato dalla popolarità come una sedicenne, i dati glieli ha dati lui in cambio di qualche caramella, tartina, nocciolina…
Concordo soprattutto sull’espressione “ritrosia del cittadino”; perchè in effetti in tutto questo carrozzone c’e’ solo una cosa certa: nessun cittadino sa dire perchè l’andazzo gli puzza, però gli puzza e quindi “e’ ritroso”.
Pubblicato il 06 06 2008 alle 18:11 quota
C’è ritrosia e indifferenza quando parliamo di tecnologie digitali in modo generico, ma appena si scende nel concreto credo che le persone siano assai più sensibili e ricettive ai problemi di riservatezza.
Per fare esempi, le persone comprendono l’utilità di tenere separate e riservate informazioni sensibili (salute, relazioni famigliari, problemi sociali e lavorativi); capiscono, se viene spiegato, che la profilazione web è quella cosa che sul portale di una mobile telco ti fa avere una tariffa telefonica diversa e forse sfavorevole.
In Germania come in Italia, io credo.
Pubblicato il 06 06 2008 alle 19:22 quota
jan, ma come credo sai… c’e’ altro! “Le persone” - solita generalizzazione del cavolo / esigenza retorica inelibinabile - si fermano al proprio rodimento di deretano al pensiero che il farmacista di paese (usando uno stereotipo che magari non calza in ogni situazione ma i percorsi, al di là della loro probabilità e frequenza, ci sono: farmacista -> moglie -> parrucchiera -> paese intero) nel momento in cui vanno a ritirare le medicine di cui hanno bisogno, sappia che hanno un erpes genitale… o che il falegname gli possa scucire più del dovuto perchè conosce il reddito del cliente… o che l’avvocato non si fili chi non ha un reddito sufficiente a pagare la parcella desiderata (che finchè è l’avvocato, e non sono tutti gli avvocati, poco male; ma quando e’ il medico, diventa un problema)… ma non c’e’ una comprensione razionale del problema della data retention. Significa non rendersi conto del diritto all’oblio, o alle necessità sociali che insistono su un’opera d’autore o - e qui andiamo su un terreno difficile da attraversare - sulle possibilità di manipolazione dell’uomo (singolo o in comunità) che permettono le tecniche di analisi automatizzata dei dati (ie: con procedimenti del tutto analoghi a quelli che permettono a una macchina di identificare un’artrite su una lastra con precisione del 93% rispetto al radiologo umano, si può istruire una macchina a identificare con altrettanta precisione quali sono le leve da toccare per muovere una persona a comprare… poco male… a votare… già un po’ più dannoso… a pensare, e qui si apre un “Universo del Male”). Buona parte dell’attività di questi imprenditori 2.0 si concentra proprio su quel fronte… trovare un modello che funzioni meglio degli altri e - vuoi perchè i grandi numeri sono spendibili, vuoi perchè i grandi numeri permettono analisi più concrete - incanalare più persone possibili dentro questo modello…
Il problema cioè non e’ relativo soltanto all’IO… cosa ci guadagno e cosa ci perdo IO dal dare i MIEI dati… ma cosa ci guadagno e cosa ci perdo IO dal fatto che gli altri - che un numero elevato di persone - diano i loro dati. E lì non ci arrivi ad intuito… ci arrivi se approfondisci la questione… se non bolli troppo frettolosamente, e schifi, le cassandre che per prime se ne sono rese conto.
Oltretutto la stragrande maggioranza della popolazione - così come il legislatore - non ha nemmeno bene chiaro cosa siano “i dati”. Che roba e’ “un dato”? Le definizioni formali fanno ridere… o piangere… nel tempo vengono create sempre più definizioni di fantasia per delineare la selva oscura di dati che ci si prospettano davanti. Una volta i dati erano nome, cognome, luogo di nascita…bla bla bla… adesso abbiamo anche “i metadati”… e allora ci siamo inventati la definizione “comportamenti di fruizione” (quante canzoni sento? Quali? Quando? Come? Con quante persone parlo? Quali? Quando? Come? Etc) e tanto altro… ma quanti ne sono coscienti? E quanti di questi “nuovi dati” sono normati, da normare ma soprattutto… normabili? E qui in genere casca ANCHE il giurista… “le persone” si sono fermate molto prima al “la questione puzza e basta”… tanto preso e’ dalla paura del c.d. Far West
Pubblicato il 06 06 2008 alle 21:49 quota
Appena posso, se ce la faccio, ci metto un postino piu’ specifico.