:.:.: (il blog di) Daniele Minotti

diritto delle nuove tecnologie e altro

Una data retention da paura

Il Corriere pubblica un “interessante” articolo su data retention e ritrosia del cittadino.
Ve lo leggete QUI. Intanto, qualche brevissima riflessione:
- siamo tutti spiati, legalmente o illegalmente; e già lo sapevamo;
- essere spiati non piace;
- (mia riflessione) non penso che ciò dipenda dal delirio di privacy degli ultimi tempi;
- comunque sia, nella stragrande maggioranza dei casi penso che la gente non ci faccia caso (leggere bene le cifre citate nell’articolo…); e, poi, lo dimostrano anche tutte le indagini (certo, non sappiamo in che percentuale) che si risolvono proprio grazie alla data retention;
- dunque, l’articolo del Corriere è fondato sul nulla. O quasi, ma poco cambia.
(per tacere del pressapochismo dello scritto)
Punto.

6 Commenti »

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6 Risposte a “Una data retention da paura”

  1. jan dice:

    Dal risultato del sondaggio:

    Quasi il 90% di chi è a conoscenza della Data Retention tedesca, dall’inizio della conservazione semestrale dei dati di connessione usa telefono, cellulare, email con la stessa frequenza di prima.
    Un buon decimo di chi sa della Data Retention invece ha rinunciato ad usare telefono cellulare ed email in certe situazioni.

    e poi:

    Il 46% dei cittadini tedeschi userebbe telefono, cellulare ed email se dovesse avere bisogno di una consulenza matrimoniale, di uno psicoterapeuta o di un supporto alle tossicodipendenze.
    Più della metà invece (52%) non userebbe questi mezzi di comunicazione a causa dela Data Retention ed in questi casi si recherebbe ad esempio di persona.

    Questi due punti sono secondo me assai interessanti, anche perché coicidono con alcuni scenari d’uso di Tor (progetto che seguo personalmente).
    Il sondaggio è una delle molte iniziative dell’Arbeitskreis Vorratsdatenspeicherung sulla data retention in Germania, come incontri, conferenze, manifestazioni in numerose città tedesche.
    vedi:
    http://www.vorratsdatenspeicherung.de/

  2. bigfoot dice:

    A me pare che a nessuno freghi molto della sua privacy…

    Mi spiego: a nessuno interessa che qualcuno spii le nostre abitudini; ai cittadini si interessano alla privacy solo quando questa comporta unos vuotamento delle loro tasche o un loro arricchimento…

    La privacy in se stessa non è un valore interessante…

  3. mfp dice:

    Si, oggettivamente al giorno d’oggi c’e’ troppa poca preoccupazione per la data retention. Però e’ destinata ad aumentare gradualmente; giusto il tempo di chiedersi “ma tutta ’sta gente che mi da ’sti servizi tutti carini e scintillanti, ma che ci guadagna?”.

    Il fatto è che le conseguenze della data retention non sono palmari, l’utente non ha necessità di approfondire l’argomento, e l’interpreneur - che e’ focalizzato sul guadagnare, non sullo studio delle esternalità - ci mette un po’ a comprenderne le dinamiche (ie: quando le ha capite c’e’ dentro fino al collo; non può fermarsi per questioni etiche non ancora risolte). Quindi di fatto le problematiche esistenti rimangono appannaggio dei giuristi che hanno qualche guizzo di coscienza magari a seguito di pronunciamenti che fanno quantomeno arricciare il naso, degli informatici che conoscono le possibilità offerte dalla tecnica, di sociologi che studiano le community on-line, e qualche bamboccione tipo Scobble che un giorno per caso vuole rimuovere i suoi dati, non ci riesce, e allora va in puzza; così quando e’ troppo tardi critica questa impossibilità di gestire i suoi dati… dimenticando freudianamente che ubriacato dalla popolarità come una sedicenne, i dati glieli ha dati lui in cambio di qualche caramella, tartina, nocciolina…

    Concordo soprattutto sull’espressione “ritrosia del cittadino”; perchè in effetti in tutto questo carrozzone c’e’ solo una cosa certa: nessun cittadino sa dire perchè l’andazzo gli puzza, però gli puzza e quindi “e’ ritroso”.

  4. jan dice:

    C’è ritrosia e indifferenza quando parliamo di tecnologie digitali in modo generico, ma appena si scende nel concreto credo che le persone siano assai più sensibili e ricettive ai problemi di riservatezza.

    Per fare esempi, le persone comprendono l’utilità di tenere separate e riservate informazioni sensibili (salute, relazioni famigliari, problemi sociali e lavorativi); capiscono, se viene spiegato, che la profilazione web è quella cosa che sul portale di una mobile telco ti fa avere una tariffa telefonica diversa e forse sfavorevole.
    In Germania come in Italia, io credo.

  5. mfp dice:

    jan, ma come credo sai… c’e’ altro! “Le persone” - solita generalizzazione del cavolo / esigenza retorica inelibinabile - si fermano al proprio rodimento di deretano al pensiero che il farmacista di paese (usando uno stereotipo che magari non calza in ogni situazione ma i percorsi, al di là della loro probabilità e frequenza, ci sono: farmacista -> moglie -> parrucchiera -> paese intero) nel momento in cui vanno a ritirare le medicine di cui hanno bisogno, sappia che hanno un erpes genitale… o che il falegname gli possa scucire più del dovuto perchè conosce il reddito del cliente… o che l’avvocato non si fili chi non ha un reddito sufficiente a pagare la parcella desiderata (che finchè è l’avvocato, e non sono tutti gli avvocati, poco male; ma quando e’ il medico, diventa un problema)… ma non c’e’ una comprensione razionale del problema della data retention. Significa non rendersi conto del diritto all’oblio, o alle necessità sociali che insistono su un’opera d’autore o - e qui andiamo su un terreno difficile da attraversare - sulle possibilità di manipolazione dell’uomo (singolo o in comunità) che permettono le tecniche di analisi automatizzata dei dati (ie: con procedimenti del tutto analoghi a quelli che permettono a una macchina di identificare un’artrite su una lastra con precisione del 93% rispetto al radiologo umano, si può istruire una macchina a identificare con altrettanta precisione quali sono le leve da toccare per muovere una persona a comprare… poco male… a votare… già un po’ più dannoso… a pensare, e qui si apre un “Universo del Male”). Buona parte dell’attività di questi imprenditori 2.0 si concentra proprio su quel fronte… trovare un modello che funzioni meglio degli altri e - vuoi perchè i grandi numeri sono spendibili, vuoi perchè i grandi numeri permettono analisi più concrete - incanalare più persone possibili dentro questo modello…

    Il problema cioè non e’ relativo soltanto all’IO… cosa ci guadagno e cosa ci perdo IO dal dare i MIEI dati… ma cosa ci guadagno e cosa ci perdo IO dal fatto che gli altri - che un numero elevato di persone - diano i loro dati. E lì non ci arrivi ad intuito… ci arrivi se approfondisci la questione… se non bolli troppo frettolosamente, e schifi, le cassandre che per prime se ne sono rese conto.

    Oltretutto la stragrande maggioranza della popolazione - così come il legislatore - non ha nemmeno bene chiaro cosa siano “i dati”. Che roba e’ “un dato”? Le definizioni formali fanno ridere… o piangere… nel tempo vengono create sempre più definizioni di fantasia per delineare la selva oscura di dati che ci si prospettano davanti. Una volta i dati erano nome, cognome, luogo di nascita…bla bla bla… adesso abbiamo anche “i metadati”… e allora ci siamo inventati la definizione “comportamenti di fruizione” (quante canzoni sento? Quali? Quando? Come? Con quante persone parlo? Quali? Quando? Come? Etc) e tanto altro… ma quanti ne sono coscienti? E quanti di questi “nuovi dati” sono normati, da normare ma soprattutto… normabili? E qui in genere casca ANCHE il giurista… “le persone” si sono fermate molto prima al “la questione puzza e basta”… tanto preso e’ dalla paura del c.d. Far West :P

  6. Daniele dice:

    Appena posso, se ce la faccio, ci metto un postino piu’ specifico.

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