Il blog di Daniele Minotti

ORIGINARIAMENTE PENSATO COME LUOGO DA DEDICARE AL DIRITTO DELL’INFORMATICA E DELLE NUOVE TECNOLOGIE, ALLA FINE HA PRESO VIE ANCHE UN PO’ DIVERSE… COME ACCADE IN OGNI BLOG CHE SI RISPETTI.

2 sentenze 2

La prima interesserà sicuramente gli appassionati del tema stampa (es. Carlo Felice) perché limita la non sequestrabilità della stampa (o, meglio, di foto) nel caso vi sia un’ipotesi di interferenze illecite nella vita privata (art. 615-bis c.p.). Si parla delle foto “rubate” a Villa Certosa (residenza sarda di Berlusconi).
La seconda, invece, penso che potrà interessare coloro che lavorano nella Pubblica Amministrazione dove, talvolta, si abusa del mezzo telematico messo a disposizione per ragioni di lavoro commettendo il reato di peculato. In questo periodo di caccia ai “fannulloni”, penso sia parecchio di attualità. Ne aveva parlato Massimo qualche giorno fa e davevo promesso di reperirla e pubblicarla.
Rientro da una tre giorni romana e domani si riparte per altri due giorni fuori casa. Scusate se non commento le sentenze, ma sono comprensibilissime per tutti.

Una recensione

Livia Di Pasquale, su LiBlog, dedica una bella, bellissima recensione a il Minottino.
Io ringrazio anche perché inizio a pensare di aver fatto una cosa buona.

La SIAE comunica…

…ma è andata un po’ diversamente da come dice.

To be continued. Stay tuned.

7 del mattino: pensieri a vanvera

Siccome qui, a volte, si dorme veramente poco.

Che pensi quando vedi uno in piedi e appoggiato al muro di una casa con in mano un eeePC che parlotta con un altro tutti intenti a guardare lo schermo?
Una scansione Wi-Fi fuga ogni dubbio.

Ho scoperto di essere controparte della suocera di una nota star internazionale della musica, forse un po’ decaduta (la star). Pensavo fosse una battuta del mio cliente. E invece no. Che era uno che mi piaceva anche (la star). Non ho pregiudizi.

Sì, dai. Colazione con focaccia calda. Spesuccia e si va a NE.

Peer2Pirl

Mi fa piacere che anche Gilberto Mondi, su Punto Informatico, si sia occupato del caso del giovane torinese accusato di aver condiviso materiale pedoporno, in realtà un fake. E Mondi ha anche trovato l’articolo web su La Stampa (del cartaceo, mi avevano parlato nei commenti di un precedente post).
Il problema c’è ed è serio. Anni addietro ne avevo parlato proprio su PI (ringrazio Mondi per la citazione). Probabilmente, non sono stato il primo, come Mondi non sarà l’ultimo. Ed è giusto così, almeno sino a quando non cambieranno le cose.
Bisognerebbe ripensare parecchio questo genere di indagini. Se una persona viene sopresa a condividere un file illegale, con eMule, non è detto che ne sia consapevole. C’è il problema dei fake e non soltanto, per dirla tutta. E sono fatti arcinoti. E’ piuttosto triste che gli investigatori non lo sappiano.
L’attività di monitoraggio delle reti P2P si rivela, spesso, soltanto un pretesto per avviare perquisizioni e sequestri. E’ troppo poco, a mio parere, per giustificare un’invasione così profonda e traumatica nella sfera dell’individuo.
Vedremo il caso concreto. Proprio ieri mattina, in relazione proprio a quell’operazione savonese nella quale difendo un’altra persona, ho depositato un atto che mi porterà, a breve, a conoscere gli atti di indagine.
One more thing: poi, è aperta la discussione su chi può essere il “pirla” che diffonde fake pedoporno. E’ uno scherzo pessimo, anzi di più.

Diritto “on the road”

Nel corso delle mie interminabili navigazioni, stamattina sono giunto al sito curato dall’avv. Claudio Mellone di Napoli.
C’è un manuale di diritto privato liberamente consultabile e sono presenti anche materiali di diritto penale generale.
Ma la cosa che mi fa letteralmente impazzire sono i video esplicativi dedicati ad alcuni istituti.
Mi impressiona realmente (ovviamente, in senso positivo) la capacità espositiva mantenuta anche in situazioni che necessitano di una certa attenzione. Come questa, alla guida di un’auto.
Oddio, forse non sarà il massimo sotto il profilo della sicurezza stradale, ma la cosa è realmente impressionante.

Operazioni ossidate

Tra una gara e l’altra del motomondiale (precisamente, tra la 125 e la 250) mi imbattuto in Studio Aperto.
Strano telegiornale, può piacere o no. Sicuramente diverso dagli altri anche se, probabilmente, soltanto lontano parente di quello ideato dal grande Vittorio Corona (scomparso padre di Fabrizio Corona, per la cronca).
Fatto sta, perdonate questa digressione, che danno la notizia di un 22enne indagato per pedopornografia. Per sbaglio, sembrerebbe, per il più classico dei fake scaricando da eMule (dunque, messo in condivisione).
L’operazione, definitiva “brillante”, è probabilmente questa, coordinata dalla Procura di Savona con la collaborazione della Postale di Imperia. Lo dico perché è l’ultima in ordine di tempo (i sequestri sono del 13) e - mio segreto professionale a parte - diciamo che ne so qualcosa… e presto ne saprò anche di più.
Poi, molti indagati di queste operazioni finiscono archiviati. Ma dopo anni, preoccupazioni, soldi e materiali informatici (anche di lavoro) sequestrati per lungo tempo. Nessuno lo dice, nessuno parla del problema dei fake. Bene ha fatto il 22enne. Ha fatto outing per denunciare questa situazione. E non è facile venir fuori con un’accusa così infamante.

Anche se l’articolista ha l’immunità parlamentare, il direttore non la scampa

Interessante sentenza della Cassazione Penale. Il succo: l’immunità parlamentare ex art. 68 Cost. è mera causa di non punibilità, dunque “salva” soltanto chi ne gode personalmente.

P.S.: La sentenza è “animizzata”(1) perché, giustamente, a Penale.it interessa il diritto, non necessariamente il protagonista. Si capisce, comunque, di chi si parla.

(1) In realtà, ovviamente, era “anonimizzata”. L’ho corretto, ma, poi, ho rimesso l’errore originale. A Francesco, che me l’ha detto nei commenti, piace più l’originale.

Sed Lex > Se il worm è accesso abusivo

(da Punto Informatico n. 2995 del 16 maggio 2008)

Roma - La diffusione di un worm costituisce accesso abusivo a sistema informatico o telematico.
È questa, in estrema sintesi, una della più rilevanti conclusioni tratte dalla Corte di Appello di Bologna in una recentemente depositata.

Molti ricorderanno il caso Vierika, così noto dal nome del primo malware italiano finito sotto processo in Italia.
Siamo nell’estate del 2005 e il Tribunale di Bologna condanna un giovane informatico per aver diffuso, nel 2001, un malware (worm). Sono contestati i reati di cui agli artt. 615-ter c.p. (accesso abusivo a sistema informatico o telematico) e 615-quinques c.p. (diffusione di programmi diretti a danneggiare o interrompere un sistema informatico).
La discussione in primo grado si articola soprattutto sulle modalità investigative aspramente criticate dalla difesa. Il giudice si sofferma sul punto ma, di fatto, rigetta ogni eccezione concludendo - consacrando pienamente il principio del libero convincimento - per la perfetta regolarità dell’operato degli investigatori.

Esula da questo articolo una puntuale analisi di questi aspetti. Da un lato perché non è possibile dare un giudizio senza conoscere l’integralità degli atti di causa, dall’altro perché con la ratifica della Convenzione di Budapest sui cibercrimini le regole sono un po’ cambiate (almeno nominalmente, in verità senza apprezzabili sanzioni processuali come, ad esempio, l’inutilizzabilità). Ritengo più interessante, e fattibile, occuparmi dell’asserito accesso abusivo a sistema informatico o telematico analizzando entrambe le sentenze perché, a parte le questioni appena viste, mi sembra il punto più debole della condanna.

Premesso che la norma punisce “chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo” e che, dunque, non va oltre un fatto di “introduzione”, penso siano da mettere a fuoco due punti: cosa mira a proteggere il legislatore (e parliamo, in “legalese”, di “bene protetto”) e cosa si intende per accesso/introduzione di tipo informatico.

Come, probabilmente, molti sanno, il delitto di accesso abusivo è stato introdotto poco meno di quindici anni fa, con la l. 547/93 appunto dedicata ai reati informatici.
Espressamente, si è voluta estendere la tutela del domicilio “tradizionale” (ad esempio, un’abitazione) anche ad altri ambiti, nel caso concreto quello informatico, costituenti la sfera privata dell’individuo. Ciò in accordo all’art. 14 della Costituzione. Non a caso, l’art. 615-ter c.p. è sostanzialmente un clone, pur con qualche adeguamento, dell’art. 614 c.p. che punisce la violazione di domicilio “tradizionale”, “tangibile”.

Ma il problema, come anticipato, è quello di definire gli intenti del legislatore in ordine all’oggetto della protezione. E due sono le principali teorie: il domicilio di per sé e la riservatezza. In estrema sintesi e semplificando, ove fosse giusta la prima, si proteggerebbe anche una “casa informatica” vuota, senza alcun dato riservato, per il solo fatto dello scavalcamento della soglia. Se, invece, fosse corretta la prima, la tutela offerta dal legislatore dovrebbe intendersi limitata alle sole “case” contenenti dati riservati. In questo caso, vi sarebbe, in pratica, accesso abusivo rilevante soltanto in presenza di dati riservati (cosa, peraltro, non emersa nel procedimento).

Va detto, però, che la soluzione prevalente, pur con qualche mio personale dubbio, è la prima. Non si può non prenderne atto. Sicché è opportuno passare al secondo profilo domandandoci cosa si debba intendere, tecnicamente, per accesso/introduzione. E sul punto, va subito precisato, i giudici bolognesi, del primo e del secondo grado, hanno gravemente equivocato, prendendo la via sbagliata, condannando nei fatti per una non codificata (cioè non punita) “introduzione per mezzo di un programma”.

In proposito, non posso non ricordare il provocatorio pensiero di Gianluca Pomante che, nel 2006, sosteneva che, di fatto, nella stragrande maggioranza dei casi di asserita intrusione, questa, in realtà, non c’è. Semmai vi è interrogazione, non accesso vero e proprio.
Lascio le considerazioni del caso ai tecnici, pur riconoscendo che, almeno a me, qualche sano dubbio è venuto. Osservo, però, che il caso “Vierika” è ancora meno “accesso”, anzi, a mio parere non lo è. Dunque, non vi doveva essere condanna.

A mio avviso, un qualsiasi programma (anche non necessariamente malware) scritto per essere “lanciato” in un sistema informatico, riprodursi e rispedirsi agli indirizzi presenti in un dato sistema non è diverso da un ipotetico oggetto lanciato, dall’esterno, in una casa.
Un worm non è una “sonda” che, in qualche modo, estende i sensi di chi l’ha lanciata rinviando al mittente una serie di dati. Un worm è un programma creato per diffondersi e perdersi nello spazio telematico, al di fuori di ogni controllo, senza fornire feedback. È come la pietra scagliata, volontariamente o meno, da un ragazzo all’interno di una casa. Non può, dunque, violare alcun domicilio (tanto meno la riservatezza) ma, al limite, cagionare un danno.

E nessuno si sognerebbe mai, nel mondo “reale”, di contestare una violazione di domicilio al ragazzino dalla mira invidiabile. Semplicemente perché il soggetto non entra nella casa altrui.

Ecco perché, a prescindere dalle valutazioni tecniche comunque opinate in giudizio, il fatto può costituire esclusivamente (ed eventualmente) diffusione di programmi atti a danneggiare.
Se il legislatore ha voluto creare un parallelo tra “reale” e “virtuale”, ove possibile non è consentito omettere di ragionare in parallelo.

avv. Daniele Minotti
http://www.studiominotti.it/

Dimenticavo: auguri al nuovo Guardasigilli

L’avv. Antonino Angelino Alfano. Qualcuno dice che sia uno “yes-man” di Berlusconi e che quest’ultimo sarà il vero Ministro.
Io non lo so, ma apprezzo molto il fatto che sia un giurista pratico.
Ché ne abbiamo tanto bisogno per questa Giustizia.